mercoledì 2 maggio 2007

Tra le soglie del con-fine di Apollo


di Antonino Contiliano

Una nota o due parole per un libro di poesie, www.lulu.com (2006) – Ai confini di Apollo (che suona la lira sullo sfondo blu) – di Pietro Li Causi.
Dissacrazione epigrammatica, leggendo i tuoi testi, forse sarebbe dire meglio un unico testo, che articola gli eventi in cui l’allegra brigata (Boccaccio ?) , rotta e scanzonata, naviga fra i due estremi territoriali di alcuni luoghi del pianeta vita o il tempo di alcuni dei suoi “animali” umani: la “terra” – Marsala, Strasatti, Petrosino o Palermo… – e Apollo o Sirio (abitat mitico-astronomico ma anche, e forse, allegoria elegiaco-demistificante i viaggi della “lira” di Apollo rivista con le note dello sballo contemporaneo dell’ “erba” o della musica o del fantasticare con oralità fortemente espressiva siculo-baroccheggiante: “«Comu finiu cu dda rrussa?» /- gli chiese - /«Comu fu zzaccagnari /cu idda?» /«Zittuti ‘Ntria», rispose Melo,/«m’‘a vulia tagghiari!»:” ), è ciò che mi si è coagulato nel cervello, come un embolo tumorale o metastasi in circolo, seguendo la costruzione po(i)etica di Ai confini di Apollo (non di rado questo “tra” d’erranza mi ha richiamato il viaggio – lo stretto – di “Scill’e Cariddi” di H. O.):

Floriana piange. È sola.
Guarda in TV le riprese
di un documentario che pare
molto impegnato, ma in fondo, a lei,
non gliene fotte un cazzo
delle biodiversità:

La dissacrazione – cosa che mi è piaciuta assai come estraniazione di un io poetico che auto-etero-ironico (lontano, anzi lontanissimo, dal lamento consolatorio di tante lirico poetume – analizza e racconta. Scrivi anche attraverso il punteggiare (articolazione dei testi che frammentano una “storia”, e anche punteggiare nel senso quasi tecnico-grammaticale), come tua personalissima cifra scritturale, che conserva perfettamente sia l’attualizzazione di qualche intertestualità, possibile, attivamente ricreata (penso agli inserti ‘dialettali’ e a ‘Ndria di D’Arrigo di H.O.) sia la polisemia (cosa che mi è piuttosto cara, e vs l’appiattimento omologante di certa lingua di spot, acritica). Affidata alla stessa “punteggiatura” della reticenza o dell’allusione (i punti di…), questa è anche libertà data al lettore d’integrazione interpretativa e intreccio; testualità e livello di versi che accanto alle “spiegazioni” – ogni tuo testo (quasi un gioco di matriosche) è chiuso/aperto dai due “punti” – si offre come ulteriore inizio di un’altra vicenda che va a capo. Una scrittura che ritarda la morte o la fine della scrittura: le novelle di Boccaccio o di Mille e una notte…Non credo di allontanarmi troppo. Gli spazi di rimando, credo, abitano anche le “parentesi” e le “virgolette” dei tuoi testi; e sono anche l’invito a giocar con l’ambiguità che s’impossessa del contenuto semantico ivi racchiuso.

“zzaccagnari” non è solo dialetto (lingua) come “mi sono fatta Susanna” non è, credo, solo parlata d’uso: è espressività logo-sensuale, e mi ricorda, così, d’acchitto, il sentito erotico di certo vocabolario “darrighiano” come codice della sessualità occultato-rivelato (ellitticamente) e pro-dotta con stilemi “triviali” e sarcastici. Ma nel tuo caso, credo, l’osceno o l’humour espressivo linguistico è carico ironico smitizzante:

la rossa lo guarda
e ribatte «finiscila
di cuntari minchiati!»
… ‘u voi fattu ‘n pompino?»: (p. 58)
…….
«A letto con lei sarei stato un mago!»
pensò Sirio fissando
la punta dell’ago: (p. 66).

Ritmo e sonorità, tutt’altro che ‘artificio’ artistico di contorno, nel contesto della tua semiosfera (Lotmann) sono testualità segnica semantizzante di organica complementarietà.

lunedì 19 marzo 2007

Passaggi e Tendenze (Marsala 2007)


di Antonino Contiliano


Il calendario degli incontri di “ Passaggi e Tendneze”, Marsala 2007, è un percorso che si muove per transizioni marine e “passages” portuali. Il volo di uno sguardo flâneur (evocazione metaforica di memoria benjaminiana; evocazione pro-vocante), e “giudice partecipe” harendtiano calato nella materialità dei processi storici, sui linguaggi e le modellizzazioni umanistico-scientifici che hanno attraversato/attraversano la nostra cultura, e naviganti ancora la nostra contemporaneità caratterizzata dalla simultaneità di più incroci e intrecci geoplanetari. I passages portuali mirano all’enucleazione di alcuni nodi concettuali e strutturali – nonché la loro messa a fuoco critica – per un contesto che, spesso, vive di spot e stereotipi omologati o di propaganda o di razionalità tecno-imperiale delle holdings del profitto e della mercificazione persino della nuda vita. La vita interamente, o almeno così progetta, sussunta al tempo astratto della sua misura capitalistica e della sua presunta naturalità o ideologica neutralità tecno-strumentale.
Che questi passages portuali avvengano nel “porto” – Mars – di Marsala non è fatto occasionale o di “fatti tuoi”, di “porta a porta”, di portali e sportelli di cultura all’asta per scadenze periodiche e/o stagionali della grande “abbuffata” del mercato liberista, e di palinsesto show.
Il porto, come luogo-tempo di transito, è ed è stato sempre un crocevia di scambi socio-culturali vitali e di critica trasformazione all’interno della sua stessa miscela di reciprocità comunicativa ibrida, e comunque in itinere– la cultura greca ne individuava il simbolo in Ermes.
Oggi ai porti marini si sono aggiunti gli aereo-porti, le autostrade elettroniche, la rete dei flussi elettronici del www e dei satelliti, i flussi migratori…. Ermes ha così intrecciato un’alta varietà d’incroci ed itinerari molteplici che si attraversano sia verticalmente che orizzontalmente nella storia della con-tingenza del tempus. Nella società e nella coscienza collettiva degli uomini concreti, quindi, si miscelano linguaggi ed eccedenze nella “tempera” di kairòs o dell’equilibrio instabile degli itinerari multipli. Linguaggi di saperi diversi che, emblemi, simbolo-segni o corpi semiotici di benjaminiana ascendenza angeologia o serresiana, si piegano e dis-piegano divenire-messaggio non alieni dai paradossi e dalle contraddizioni esplosivi. Tra pensiero e praxis progettante, sono artefatti materiali (oggetti) e immateriali (enunciati o comunque segni) dello scambio comunicativo che – tra produzione e valore d’uso –, in permanente conflitto e antagonismo, lievitano nell’impermanenza del rapporto ideologico-materialistico della storia degli uomini concreti e dei saperi-azioni che si processano e si realizzano.
Il “porto” di Marsala dunque non porta meno i significati di questa memoria nel solo suo nome di quanto non lo faccia nel suo “self storico”, come dice “L’immaginario simbolico itinerante” di Alfredo Anania. Qui, contesto ineludibile, l’identità è divenire-identità; e la sua radice nominale è storia materiale stratificata multi-lingue e multi-saperi di corpi ancora visibile nelle “rovine” e nelle tracce cartacee, artistiche, archeologiche, toponomastiche e architettoniche della città, e dintorni, come nella sua dialettica ibrida di temporalità e intemporalità. Un nexus che Marx (storia materiale dell’essere sociale) e Freud (storia della psiche individuale-collettiva), Pauli e Jung (indagine sul tempo: modello fisico-matematico e modello psico-ontologico), per esempio, hanno declinato diversamente, così come il mondo dell’arte, della poesia e quello della psicoanalisi, che si trovano a dialogare come vasi comunicanti, ne hanno messo a fuoco, anche, nel loro dominio, alienazione, reificazione e disalienazione.
Lo svilimento del presente, attaccato da una bassa ideologia o dal “potere” o dell’estetizzazione alienante, non demorde dal tentativo di pietrificarne con il suo occhio meduseo l’instabile termo-dinamica; ma il ‘risveglio’ e l’abitarne la soglia mette in campo la sua ‘forza viva’ di lavoro, di capacità integrali o “potenza” d’essere con-essere identità sociale di singolarità plurale o sociale di “moltitudine” ed eventi in movimento con più segni che interagiscono e agiscono. “La mia coscienza ha mille diverse lingue e ogni lingua ha una sua diversa storia”, diceva W. Shakespeare (Riccardo III).
Di questa/e pluralità linguistico-culturale/i e storico-politica materiale, il pensiero-azione e dialettico-critico di questi incontri 2007 – a fronte di certo pragmatismo “imperiale” devastante e delle equivalenze fuorvianti del pensiero unico – aspira a porsi come confronto e dibattito in maniera “itinerante”; quasi altro compagno dell’“immaginario simbolico” o viandante-con come una “marcia dei colori” zapatista che aggrega mentre “camina” nella “foresta dei simboli”, ma dal basso delle “differenze”, dell’“eterogeneità” e senza trascendenza o di quella trascendenza che Spinoza ebbe a qualificare come il “paradiso dell’ignoranza”.
“Passaggi e Tendenze”, Marsala 2007, ha il luogo-non-luogo della semantica del tempo della razionalità plurale, e contraddittoria ove emerge una palese mistificazione tra teoria e prassi, e tende a delineare alcune “passaggi e tendenze” che hanno attraversato/attraversano le nostre (e non solo) dinamiche culturali, i nostri archivi e i nostri saperi senza apriorismi ipostatizzati, se non la sola ipotesi o presupposto che la verità è sempre una questione pratica e che il sapere e l’azione, oggi, nell’era della globalizzazione galoppante e del “flussi” e delle “topologie”, è un intreccio di quello comune, teorico ed esperienziale; e che non può avere altro che un contesto “itinerante”, “caminante”. La significazione, tesa a scavare tra le tracce, i frammenti e i semi del nuovo, vuole essere focus per ‘risvegli’ e costruzioni dialogiche di senso e “cura” singolari e collettivi ad un tempo e “rivoluzionari” non meno che paradossali o ossimorici rispetto alla vecchia logica delle certezze deterministiche e riduzionistiche del sapere-potere dominante. Pur tra rovine, stracci, scarti, ‘catastrofi’, tradizione, transizione e rinnovamento, non si vuole rinunciare alle analisi e alle proposte che possono venire dalle riflessioni teoriche, critiche e metodologiche della ricerca e di senso in itinere.
I contatti culturali, grazie a delle azioni-stimolo di soggetti (dentro e fuori le Università o i centri di ricerca) impegnati nella ricerca stessa e nella progettazione, “militante” e critica, di percorsi né mummificati né accademici, argomenteranno le corde dei percorsi umanistico-scientifici di questi “Passaggi e Tendenze”, Marsala 2007. Essi si presenteranno come itinerari – mappe naviganti – che saranno delineati (in genere e per linee di orientamento) come archi di at/in-tensione, derive, spiagge e approdi del sapere e della conoscenza letterario-artistico-poetica, storico-filosofica e scientifica (ampio raggio) dei nostri giorni, nonché azione che investe la pratica della vita oltre il vecchio assunto della dicotomia di teoria e prasi separate.
Gli incontri con i ricercatori si propongono sia alla cittadinanza sia, soprattutto, agli studenti delle scuole medie superiori della nostra città, come posizione di “pubblica” comunicazione attraverso i linguaggi (mai scissi dalla relazione con l’altro e l’altro) dei saperi di volta in volta oggetto d’attenzione.
La partecipazione degli studenti prevede un’intervista finale rivolta agli autori o ai soggetti di turno portatori dei vari saperi, e che via via si seguiranno secondo un calendario stabilito. Si prevede la pubblicazione dell’intervista. Il lavoro sarà preparato in collaborazione con gli animatori e direttori degli incontri, i proff. Antonino Contiliano e Giovanni Lombardo.
Gli autori, ancora prima di essere presentati alla città e incontrare gli studenti e gli animatori, faranno pervenire una traccia o una mappa concettuale del loro intervento guida; ciò alfine di una preliminare presa di conoscenza e orientata ad una riflessione più attenta e partecipata degli studenti stessi, che, nel caso, interagiranno sia con i docenti della scuola d’appartenenza che con gli animatori.
L’iniziativa, che si svolge nell’ambito dei progetti della politica culturale 2007 dell’Amministrazione del Comune di Marsala, prevede la pubblicazione degli atti.

domenica 11 marzo 2007

La pluralità nel luogo-non-luogo dell'"Immaginario simbolico itinerante"

Self storico, identità e divenire collettivo:
i nicknames e l’ornitorinco



L'unica conoscenza che valga è quella che si alimenta di incertezza,
e il solo pensiero che vive è quello che si mantiene
alla temperatura della propria distruzione
E. Morin


La realtà immediata (concreta) del pensiero è la lingua […]
il problema di discendere dal mondo del pensiero nel mondo
reale si converte nel problema di discendere dalla lingua nella vita.
(K. Marx,

Parlare del sé/self come identità dell’Io, acquisita e conservata nella continuità del suo divenire attraverso le trasformazioni che il suo tempo storico, il tempus, comporta, piuttosto che solo il tempo d’ordine come pura successione cronologica, richiede un ambito di riflessione che tocca il variegato e dispiegato sapere maturato: dal mitico e religioso, al metaforico e al logico-scientifico-filosofico, non meno alle profondità della psiche (anima come insieme di attività) e del collettivo. La fenomenologia incontra pure l’arte, la letteratura e la poesia.
L’identità personale, distinta dalla mera identità individuale di specie, s’è riflessione come coscienza teorico-storica di sé e unicità differenziata pratica, appartiene ad un soggetto. E il soggetto, in quanto capacità di azioni conoscitive e pratiche contestuali, ha responsabilità morali, giuridiche e politico-culturali che dal presente lo estendono verso il passato e il futuro non meno che come relazione termo-dinamica con l’Altro e il “noi”.
Essa richiede, altresì, come prodotto simbolico-culturale e politico in progress, richiami e connessione al medium comunicativo (semiotico-linguistico) che n’alimenta e realizza l’espressione come lingua e modo d’essere insieme con l’immaginario collettivo che l’accompagna nel suo ininterrotto andare. Un immaginario che si può alimentare anche di sorgenti pescate nello spettacolo del mondo quanto nella sua contemplazione creativa e d’uso o nelle elaborazioni simboliche tra fondamento mitico e/o speculativo, sia nel vuoto di ogni appoggio logico o creduto o costruito. Man mano che l’esperienza e le associazioni hanno o non hanno dato vita ad un patrimonio d’idee, sogni, bisogni e valori, non di rado contraddittori, che sono diventati la ‘rappresentazione’ e il riconoscimento di una persona e di una comunità, il ‘modello’ unico di cui ognuno crede d’essere variabile dipendente, si è formato un circolo o una retta che ruota su se stessa. E i suoi punti, nella zona abitata da noi (figli e al tempo duplicatori più o meno critici di un particolare modo d’essere), hanno assunto il nome di soggetto, persona, famiglia, patria, religione, chiesa, partito, nazione, popolo, figli di Dio o dell’Impero o altra categoria di separazione. Nel nostro habitat culturale e civile, il significato, sebbene non scontato, è quello che tutti diamo per saputo e scontato. Non sono dati neanche i benefici del mercato nei periodi sconti.
Non diversamente funziona l’immaginale dell’universo fantasmatico-elettronico del tempo informatico e del linguaggio digitale dove ognuno crede di essere clone, immagine e somiglianza, di un codice binary-digit che riproduce artificialmente soggetti perfettamente coerenti, cose, azioni e mondi in conformità ad un modello formalizzato, univocamente decifrabile, e operazioni riproducibili a catena, non suscettibili di casualità, illusioni, percezioni o fantasie deliranti e figlie della follia o dell’ironia dei sogni. L’immaginario di questo ‘immaginale’, se così si può dire, seppure ci presenta una “tecnologia dell’anima” – come direbbe Miche Faucoult – esposta a pratiche di gioco discorsive e conflittuali, è solo il risultato di un procedere logico-matematico puramente virtuale e autoreferenziale che tutto e tutti vorrebbe trattare come variabile deduttiva di un unico e sempre identico modello: soggetto vs oggetto, anima vs corpo, spirito vs materia, bene vs male, amico vs nemico etc.
Ma se la formazione del sé individuale e storico è stata marcata da quest’orientamento, non sono mancati il contra-dire, le contraddizioni, le deviazioni personali e/o collettive che, segnati i comportamenti soggettivi e sociali d’ogni stanziamento umano, hanno accompagnato e articolato il cammino identitario modellizzante intorno all’uno, o alla dualità, o alla polarizzazione degli opposti, o alla sintesi ossimorica, o ai paradossi, alla molteplicità, alla gihad.
Così per tanto tempo il problema dell’identità, nel sapere e nelle pratiche delle nostre case e altrui, è stato legato soprattutto al vincolo metafisico dell’Essere come Uno, anziché al non essere dell’uno o molteplice; politicamente al clan, al suddito, al cittadino come soggetto di particolari diritti e doveri, anziché allo straniero; al sano anziché al folle nel pensiero medico; al familiare/domestico anziché all’unheimlich o strano nella vita e nell’esistenza (in senso lato) degli uomini concreti.
Ma non sono mancate pure le ricerche della logica metaforica o d’altro genere a parlarci del loro Self personale e storico. Gli emblemi o i nomi che contraddistinguevano una tribù da un’altra, un vessillo floreale per una casata, l’effigie di un’animale per un guerriero, l’Albatros (l’uomo o il poeta come esule), Alice (il soggetto che cerca la realtà dietro lo specchio), Narciso (il soggetto innamorato di se stesso, oggi nella versione elettronica dell’autoclonazione digitale e genetica), il nomade, lo straniero, l’ospite o altri emblemi; anche il cielo e la terra, trasformati dalla configurazione delle costellazioni e dagli impianti dei satelliti in orbita o dai templi e dai capolavori della tecnica e dell’arte, dalla vegetazione d’oltre Mediterraneo, arabo-asiatica o latino-americana, dall’architettura et alia; i territori con i loro colori e odori o le coste variegate e le correnti marine con le loro storie e i loro affluenti hanno “tagliato”, tutti, l’anima degli uomini.
La terra siciliana, per esempio e particolare, non può essere scissa dall’identità personale e storica del soggetto geografico-storico ibrido che qui ha preso dimora, e che n’è anche abitato, come in un testo di forze alleate, miscele fluidodinamiche più che plurali, moltitudinarie. Qui, infatti, gli incroci e gli ibridi sono stati più generosi che altrove. E a questo nuovo “animale”, non meno significativo di quello di leone dato ad Achille o di Pegaso al cavallo alato, si potrebbe, perché no, dare nome ornitorinco per la sua identità plurima di soggetto configurata come una complessità mista d’uccello, pesce, mammifero e altri elementi di auto-etero-poiesi contestuale; un incrocio che esclude la circolarità dell’eterno ritorno dell’eguale e rimette in circolo il ‘tempo’ e la ‘relazione’ che neanche il vecchio Aristotile aveva espulso dai tre principi della sua logica “fondamentale”.
Il Soggetto, così, nella sua duplice accezione d’individualità attiva e/o passiva, autonoma e dipendente, è anche parola e azione che tocca la libertà, la necessità, il contesto e la soggettività/relatività stessa del contesto relazionale di unità molteplice; è anche altro nome insieme con il suo concetto e la soggettività delle circostanze che ci parla del sé e della sua configurazione identitaria instabile.
E certo è anche che il concetto di libertà, come quello d’identità del sé, non ha meno storia e polisemia da raccontarci, anche se il soggetto del post-moderno – il soggetto senza soggetto che sembra aver relegato la sua libertà solo nella scelta dello scegliere solo la scelta, anziché legarla all’azione progettuale alcunché – vorrebbe essere quello della “morte dell’uomo” o dell’ “autore senza opera” individuato da Michel Foucault. La fine della storia, di cui tanto si parla, non è un progetto. Del pro-getto gli manca l’imprevedibilità essenziale, come diceva il poeta Paul Valery allorquando parlava dell’uomo e della realtà; e Bertolt Brecht diceva che la realtà ha più forme di quanto ne possano escogitare i modelli.
Così un progetto, diverso da quello di un mondo dove tutto, si vuol fare credere, si equivale perché tutto è “opinione” (e tra le opinioni non c’è, si sa, specie se scambiate sul libero mercato della vendita comunicativa, un’opinione che sia più importante di un’altra, e con diritto ad orientare diversamente) è ancora possibile, se i nuovi soggetti emergenti faran leva su un io/noi, “Self storico”, dall’identità plurale, decentrata e contestualizzata, anziché su quella, presunta, monolitica, accentrata e interiore che esclude il diverso, perché dissimile, e il contesto relazionale e temporale. Forse un “immaginario simbolico” che, itinerante, si muove attraverso i luoghi e la sua storia, è il passo e il gesto giusto piuttosto che un’ipotesi in cerca di confutazione logico-analitica e riduzionista.
Il tutto della “fine della storia”, giocato nella cornice della relatività banalizzata, spogliata della serietà metodologica e scientifica che il sapere storico gli ha riconosciuto, senza determinazione d’impegni e valori alternativi che tempo, inter-relazioni suggeriscono, nel tempo della rete, in progress verso implicanze politiche evolutive di democrazia non rappresentativa e allargata, e libertà creativa socializzata, non regge se non per chi già dispone delle chiavi della polis e delle sue metamorfosi e vuole conservarle come proprietà privata.
La rete. Altra metafora. Ieri, nella società dell’industria pesante e dell’Ottocento positivista e deterministico, vigevano la metafora della macchina e dell’orologio, il meccanicismo e la meccanica delle parti dell’ingranaggio analitico coerente. La rete invece, come nell’universo quantistico, suggerisce l’esistenza di buchi e vuoti, di caos e d’ordine emergente, di variegato e arabesco, metafore e isotopie, fluidità fluttuanti e fluoe, legate come al mondo della navigazione poetica complessa, nodi e analogie provenienti dal tessuto della ragnatela, o (effetti)“farfalla” e “tunnel” o altro “bestiario” fantasioso che ci dice, conoscitivamente, del mondo “nascosto” della fisica e della cosmologia, ma anche di una ricerca sull’identità del Self storico
Nell’identità del Self storico, quasi intemporalità archetipica, c’è anche una storia teorica legata alla configurazione dello specifico del suo idem in rapporto all’alterità; identità come unità dell’Io rispetto ad un modello d’identità fisso che misura il differenziarsi delle identità particolari proprie o altrui o rispetto ad un crocevia di convergenza e fuga in cui il cammino dell’identità si fa e si disfa continuamente, rimescolando le componenti in gioco come il volto di un paesaggio che cambia internamente ed esternamente, e conserva, senza ipostatizzazioni, i caratteri riconoscibili di un’ identità singolare plurale, o unica insieme con le altre unicità.
E ciò non è peculiarità solo della cultura occidentale che gioca con la dimensione ambivalente, ambigua e polisemica dell’interno e dell’esterno – una forza interna che si esteriorizza o esterna che s’interiorizza – in contatto e conflitto mobile ma non riduzionistico, a meno che non intervengano occorrenti manipolazioni ideologiche e d’occasione. Così è invece, per esempio, oggi, a proposito della gihad islamica.
Derivante “dalla radice j-h-d, gihad significa usare tutta la forza di una persona nel modo giusto per avanzare verso un obiettivo con tutta la potenza e la forza di quello a resistere ad ogni difficoltà”, lì dove l’ideologia della sicurezza del nostro tempo global-liberista la vuole un movimento di terroristi e nemici della civiltà occidentale e americana. “ Gihad è un equilibrio di conquista interiore ed esteriore. Il gihad considera la ricerca della perfezione spirituale e l’aiuto agli altri di fare questo. Ottenere la perfezione interna è il gran gihad, aiutare gli altri è il piccolo gihad. Quando dividete uno dal altro gihad non è più gihad. Dalla mancanza del piccolo gihad nasce l’indifferenza e dalla mancanza del gran gihad nasce l’anarchia”.
Se c’è dunque una storicità vitale e politico-culturale, il modello teorico del nucleo stabile, che costituiva l’anima del soggetto come immutabile e permanente, la sua essenza eterna, l’idem del suo ubi consistam rispetto all’alter che veniva misurato, è alquanto dogmatico sostenerne ancora valore di funzionalità. Funzionale a chi e a che cosa? Oggi, ma forse è stato sempre così, ci si trova in un nexus di relazioni e di differenziazioni continue, a ritmo vertiginoso, e con una consapevolezza maggiore e più matura di diversi fra i molti e diversi; una molteplicità topologica delle identità di ciascuno e dell’Altro che non conosce sbarramenti, chiusure e isolamenti (nella “purezza”) rispetto alla contaminazione e-migrante e concreta che il villaggio globale, tutto sommato, ci sbatte sotto il naso. Un processo spazio-temporale, geografico-culturale, in cui l’unità d’origine si decompone in elementi singolari universali, che si aggregano in rete, discreta e bucata, vuoto emergente continuamente mutante come in un ambiente nel quale ogni identità stabile si dissolve per aggregarsi attorno ad un’alleanza/e di identità plurale/i, molteplice/i. E se c’è un concetto, e una configurazione con gli annessi processi di percezione e d’astrazione di sé del self storico, non può mancare, quindi, neanche un riferimento alla sua temporalità e alla sua storicità topo-logica, il “taglio” che ne fa anche un crocevia di pre-culturale e culturale o un testo di relazioni e processi tale che la metafora dell’ibrido sarebbe la scelta migliore per definirne l’unità complessa e termodinamica del Self storico personale e collettivo.
Unità semplice-molteplice, dunque, o unità plurale, in-dividuo puro o singolarità sociale, identità dell’esclusione o dell’inclusione, logica e politica dell’identificazione in un “è” uno, seppure etnocentrico, o della costruzione delle relazioni dell’uno-di-molti, pluralità d’identità singolari, che si disfa e rifà continuamente, quasi il paesaggio mediterraneo descritto da F. Braudel. Un paesaggio come ornitorinco, un virus della mutazione emergente. Una mutazione, contestualmente organica, come un testo poetico multipiani, contro cui le “radici” cristiane o meno di un’Europa della cultura dei petrodollari o della ricerca neuronica=dna-informatico poco hanno a che innalzare scudi stellari e altre guerre asimmetriche.
Non ci manca, per sintesi, nessun termine, determinato o identerminato, con-scio o in-conscio della questione: dalla dinamica dell’individuazione, alla possibile definizione o nominazione dell’essere-io come identità personale e sociale (gruppo sociale: famiglia, associazioni, nazione, ecc.) che ha co-scienza solo in rapporto di opposizione all’altro, alter ego o assoluto eteros che sia, all’identità e al sé come relazione del divenire-identità in condizioni d’equilibrio instabile e geografico-storico oscillante, topologico piuttosto che globale.
Non manca certamente neanche il gioco delle polarizazioni e delle altre maschere antropologico-culturale-politiche segnate dall’insieme delle norme di condotta, dei valori, degli usi e del linguaggio che uniscono o diversificano i gruppi umani in base ai tempi. Così, oggi, epoca elettronica, le maschere sono gli account, le password, gli avatar e i nickname con cui moltiplichiamo l’identità del nostro Io e del suo sé più prismatico e sfaccettato che mai.
Il richiamo all’identità culturale di una perso­na è così il suo ventaglio, cioè una costellazione di svariate identificazioni particolari riferite ad altrettante apparte­nenze culturali e storico-antropologiche distinte e un processo dina­mico costante che implica la libertà della persona, la sua diversità culturale, la memoria e il progetto quanto il particolare e l’universale concreto (J. P. Sartre ricordava che non esiste l’uomo universale, ma gli uomini; Hannah Arendt amava gli amici, non l’amicizia). Il metro della somiglianza, basato sul principio di somiglianza e analogia, che parla della differenza rispetto all’identità da cui allontana come dal suo modello, non è più criterio sufficiente per le identità frammentate e della mescolanza del “moderno” articolato, dialettico.
L’identità culturale-politica non è un dato fossiliz­zato. La sua è una rappresentazione relativa e in continuo cambiamento, perché si fonda sulla libertà dell’uomo e sulle sue scelte sia nei confronti del gruppo o dei gruppi cui appartiene sia in rapporto al passato e alla tradizione quanto a un futuro possibile, “ a venire”, non assolutizzato come ripetizione del presente.
Una sua ipostatizzazione, oggi, per esempio, presso i Balcani (ex Jugoslavia) o i fondamentalismi totalizzanti, che accomunano sia l’Occidente sia l’Oriente, o ieri presso i totalitarismi novecenteschi – apre alle politiche reazionarie. E i tentativi di affermare un’identificazione assoluta tra identità e territorio trasformerebbero l’etnocentrico in razzismo e guerre di in-civiltà o viltà. Sarebbe una un mondo d’identità chiuse in se stesse, assolute e incomunicanti tra loro; e la cosa non potrebbe che portare ancora ai campi di concentramento, alla pulizia etnica o alle guerre sante, giuste, umanitarie e infinite, già in corso d’opera. E il mondo senza frontiere non ha bisogno di simili identità.
Il “secolo breve”, il Novecento, il secolo delle due guerre mondiali, dei totalitarismi, dei la­ger, dei gulag, dei terrorismi diffusi, delle violenze legaliz­zate del ricco sul povero, del resto ha già segnato la crisi del Soggetto assoluto, e dal canto suo le scienze umane, dall’antropologia, alla sociologia, alla filosofia, alla psicoanalisi, alla fenomenologia, all’esistenzialismo, alla linguistica e logica, alla letteratura, arte e poesia hanno decretato i limiti di un’identità forte basata sul “cogito” cartesiano. Hanno dimostrato e mostrato che l’“io non è padrone a casa propria” (Freud), che è la società a formare la coscienza e non viceversa (Marx), che c’è un “ça parle” o un “sono” dove “non penso” (Lacan) o che il linguaggio è “la casa dell’essere”. Il narcisismo dell’io occidentale compatto, greco-latino-cristiano o moderno il modello, ormai è nel lutto della perdita. La stessa fisica, in fondo, c’è lo dà come fascio cangiante di neuroni e risonanze non riducibili ad unità semplice e acontestuale. Lo sviluppo ultimo del XX secolo, volontà guidata dalla politica e dalle industrie dello svago, l’ha ridotto ad individuo-massa (spettatore distratto e passivo) sdoppiandolo tra veglia e sogno, responsabilità e noia, oblio e memoria elettronica di un simulacro virtuale e gioco digitale, crisi e alienazione.
Ma c’è anche una metamorfosi cucinata nel brodo creolo e senza barriere della/e lingua/e dei corpi che si muove e se-duce con le migrazioni che l’era dell’indifferenziato globale del capitalismo mercificante ha incrementato e portato alla ribalta con la resistenza culturale-politica delle singolarità, individualità personali o di gruppo, che non vi si riconoscono. Non tutto, infatti, è diventato merce comunitaria astratta, misurabile, e universale, secondo il canone del metro quantitativo del Pil, delle borse finanziarie e delle percentuali di profitti e perdite. Se ogni spazio è diventato anche paesaggio e ambiente che interagisce e crea mutazioni imprevedibili (ma da affrontare), come nel Mediterraneo di F. Braudel, e che perciò ci mette di nuovo di fronte all’Altro come ad una riconfigurazione termodinamica ( “del non equilibrio”) del rapporto dell’Io/Self storico, alterità irriducibile all’idem, allora non ci sono suoni di piffero omologanti e riduzionistici che contano. L. Wittgen­stein ha messo in crisi la caratterizzazione della nozione d’identità definita nei termini dell’ontologia dell’Uno e, come aveva visto Aristotele, fuori relazione e tempo dati: “dire di due cose che sono identiche è un non-senso, dire di una che è iden­tica a se stessa, non dice nulla”. E questa crisi non tocca solo la logica ma l’intero universo semantico che su quella base l’Occidente si era costruito. L’analogia che sfrutta il principio di somiglianza come variazione dell’uno e dell’essere, sempre identico a se stesso, cede il passo dunque alla differenza che ripete se stessa sempre come differenza o singolarità uni-voca di molte voci.
L’altro come “singolarità universale” ontologica (sono come tutti, non somiglio a nessuno – avrebbe detto Rousseau) è anche un alter polisemico che sempre più spesso si ritrova insieme con il “noi” – un “noi” la cui identità è la sua differenza uni-voca non riducibile all’identità dell’Uno e dei suoi concetti assoluti e assiomatici – della molteplicità semiotica e della rappresentazione metaforica capace di darci un altro linguaggio e un altro mondo. Quasi il linguaggio di un testo poetico il cui rapporto si definisce attraverso la parola e la coscienza delle cose nella forma dell’esercizio linguistico e topologico testuale che ne organizza gli elementi e l’insieme in maniera tale da non dimenticare che c’è una materia viva e una storia concreta con cui fare i conti.
Dopo la rivoluzione borghese e Nietzsche, il cui pensiero aforistico e aperto (tra liberazione dell’uomo e suo annichilimento) ha posto il reale nel segno del dinamismo e della desostanzializzazione, i con­cetti assoluti e definitivi decadono per sempre. Muoiono Dio e l’Io, e il verbo essere non può più venire pronunciato per definire un’essenza stabile o imporre identità irreali quanto ideologiche; l’identità acquista l’orientamento di una dimensione plurale come un incrocio di livelli di senso e linguaggi tipici del discorso poetico che con il politico (in senso lato e proprio) ha interazione.
Non è un caso, infatti, che è la poesia, sebbene sembra rinchiudersi in una sorta di purezza soggettiva e relegata ai margini, continui ad opporsi sia al dominio dell’uomo sull’uomo, alle identità forti e pietrificate, come al “dominio della merce sull’uomo”. La sua identità, infatti, come quella umana, è plurale e dinamica; è più propriamente della termodinamica del non-equilibrio, dei flussi e delle differenze. Il linguaggio della poesia, diceva Julia Kristeva è una follia collettiva o socializzata, la cancellazione del soggetto per farsi testo trans-letterario e mediazione comunicativa trasgressiva tra lirica, “chora” semiotica, psiche e società.
Non c’è essere così che non passi attraverso il simbolico e l’immaginario (l’immaginale odierno, generato dall’elettronica del digitale e virtuale, non sfugge, sebbene senza spessore memoriale) e la sua relazione con l’eteros, l’altro del conflitto vs l’identità del medesimo. C’è invece un articolabile tra polarizzazione e ibridazione che deve pagare un prezzo politico rischioso, e spesso penalizzante. Adorno diceva che dell’ibrido hanno paura solo i regimi fascisti e totalitari.
Ma la deriva dell’identità sostanziale e raziocinante del soggetto non ha aspettato la frammentazione del moderno o la psicoanalisi, che ne ha recuperato anche la soggettività, se il pathos ha fatto irruzione già fin dagli albori della cultura greca e/o ha alimentato il dire poetico coniugando, paradossalmente e/o metaforicamente, la lotta degli opposti in un duello di polarizzazione, a volte riduzionistica, a volte d’instabile equilibrio, o fra istanze e motivi in “divenire/i” multidimensionali.

Così Baudelaire:

Tu vieni dal profondo cielo o sorgi
Dall’abisso, o Beltà? Versa il tuo sguardo
infernale e divino, mescolati,
il beneficio e il crimine, e per questo
al vino ti potrei rassomigliare.
Hai nell’occhio l’aurora ed il tramonto;
come una sera tempestosa spandi
profumi; ed i tuoi baci sono un filtro,
e la tua bocca un’anfora, che fanno
coraggioso il fanciullo, l’eroe vile.
[…]
Sopra i morti, o Beltà, di cui ti ridi,
cammini. Non è il meno affascinante,
l’Orrore, tra le tue gioie; amoroso
sopra il tuo ventre orgoglioso danza
l’Omicidio, fra i ciondoli il piú caro.
Vola abbagliato verso te l’effimera,
fiammeggia stride e dice:
“Benediciamo questa torcia!” Anela
l’innamorato chino sulla bella,
é ha l'aria d’un morente che accarezza
la sua tomba. O Beltà, che cosa importa,
o mostro spaventoso enorme ingenuo,
[…]

Foscolo, Pessoa o altri firmava/no spesso i propri scritti con pseudonimi che, portatori d’altre identità nascondevano e rivelavano il proprio sé riluttante a qualsiasi trasparenza luminosa e includente la “notte” e l’indicibile differenza. Oggi il rituale si ripete con il ritmo velocissimo della comunicazione elettronica in modalità nickname, l’identità plurimo-ibrida con cui un soggetto si nasconde e si rivela nella chiacchiera della chat o negli account della corrispondenza e-mail. L’identità, o fascio d’identità multiple che discutono all’interno e all’esterno dell’io e del suo self storico, è così il topologico, locale, miscelato e concreto più che il globale astratto e informatizzato.
Braudel nel suo indimenticabile viaggio attraverso l’identità del Mediterraneo ne ha descritto come di un paesaggio e un ambiente geografico-storico di permanente mutazione e scambio tra indigeno, esotico e ricreante identità nuova/e. E ciò a dispetto degli uomini che, rinchiusi nello specifico di un’identità ideologica chiusa, creano barriere d’esclusione e di eliminazione del diverso anziché praticare il dialogo tra le culture e una possibile trans-rielaborazione del concetto di identità. E qui ancora un confronto con la prassi del fare poesia
Il poeta arabo siriano Adonis – poeta di un mondo, quello mussulmano, che oggi, erodendo ad hoc la ricchezza semantica del termine con un’attribuzione impropria, è stigmatizzato come quello della Gihad islamico-terroristica – suggerisce un dialogo vero tra culture attraverso; un dialogo che, costituendo una vera e propria epistemologia “mimetica” dell’identità della poesia, la “transcreazione”[1] si può progettare insieme prendendo in prestito l’azione dal fare della poesia. Nel mondo contemporaneo, dove si avvertono programmaticamente contrapposte le identità fino a riproporre le chiusure e le opposizioni contrapposte nel demente conflitto di civiltà, la transcreazione poetica offre invece il proprio modello di com-posizione plurale rispetto al pensiero unico, quello polarizzante sul Self storico occidentale, e omologante su uno dei due corni della presunta opposizione di civiltà, che la globalizzazione neo-capitalistica del XXI secolo porta avanti a suon di bombe convenzionali e non convenzionali.
Adonis, pseudonimo di Alì Ahmad Sa īd Isbir, per neutralizzare polarità quali quelle che oppongono cultura umanistica e cultura scientifica, “divino” e “terreno”, spirito e corpo o interno ed esterno, amico e nemico, assume a modello l’attività epistemologica propria della poesia perché la sua potenza metaforica è rappresentazione “sinestesica” e figurale che, ubbidendo ad una logica diversa da quella del terzo escluso, esclude le separazioni nette delle componenti nell’organizzazione testuale, e orienta l’azione conformemente al nuovo modo di vedere, ascoltare e sentire l’Altro e il suo linguaggio, dove ritmo e metro hanno una commensurabilità né di conservazione né di mercato quantitativo.
Secondo Alì Ahmad Sa īd Isbir, noto con il nickname Adonis, proprio nel secolo della globaliz­zazione che produce e misura standardizzando, suggerisce l’agire della scrittura poetica proprio perché praticata significante e comunicante trasgressiva; perché capace di essere un “modello” e orizzonte per un essere umano capace di trasformarsi “da semplice creatura che vive nel mondo in un essere che crea perpetuamente il mondo stesso”. La pratica della poesia, che si pone come un superamento continuo nel testo poetico stesso della datità delle parole, ossia dei suoi limiti convenzionali, fino a coincidere addi­rittura con “la riedificazione del mondo” è punto di osservazione privilegiato perché rinnova le pa­role e le inserisce in una dimensione inedita, perché inedito è il mondo che progetta.
Occorre leggere bene e poi, se si possiede il talento ne­cessario (come in ogni lavoro davvero artigianale), scrivere bene. Solo così 1'”io”, il “tu”, il “lui/lei” potranno davvero interagire entro i livelli plurimi del Senso poetico, “che rappresentano la stratificazione d’illuminazioni creative in diversi campi”. Ciò equivale ad attivare un meccanismo di ridefinizione costante delle coscienze individuali, del linguaggio e del mondo. La poesia non fossilizza, ma trasforma e “ogni opera esprime la presenza dell’altro unita all’io”, al punto che – conclude Adonis – anche “la que­stione dell’Essere è essenzialmente un problema di trans­creazione, di trans-cultura, di trascendenza”.

sabato 24 febbraio 2007

’elmotell blues3

Non ti guastare Rocinante, non è tempo
i mulini sono tecno-hi-fi, pannelli solari
e alare mi gusta un Pegaso-chip, alla bisogna
visione d’alture e orecchio spaziale a tiro
l’assalto al cielo non m’è palazzo d’inverno
questi son tutti cetrioli marini, vergogna
neanche un galeotto e un otto di Fellini

non vedi sono tutti mutanti in canna, sai
di viagra nutrono le mutande e altro assai
e ad ogni narcotraffico rotti mala banda
mi pesa di queste mozze mezze mazze
vederle alla marina distesi flosci prezzi
e nell’arnia salina Dulcinea ape regina
suonare magra la passera al borgo solitaria

Cristo che ferite, abbassa la visiera
Sancio, the time is ont of joint
che costole, porporite e cardinale dite
scudiero senza cerniera, virtuale e reale
qua è la perduta gente, immateriali
sono frottole, dico e non di-co omosessuali

coppie cotte, tutte scotte e gran biscotto
Rovagnati, riso Scotti, Bondì occhio e dente
Calde-roli sette son per la città dolente, carnali
virtù materiali, tana costiera amalfitana e fini
Renato zero cavaliere e Bon sette bandana
e Orlando è in val padana, che casini fassini

Cristo che botte, la luna è in plenilunio
a senno non sta in pace, perdono perdono
canta Massimo in Laterano, giù le mani dai castelli
Castelli è mancino, l’elmo manca a Mambrino
tre-monti, tre-mari è finimondo in vaticano
prodi e brodi, mastella amanti e deretano

spettro scende a Cana lo Stretto e Val di Susa
è ponte di canapa americana, l’ombrello
Nato bordello, e pista di passaggio e così sia
novello per non dire d’Africa il male
Sancio, Tristano ti canto un ritornello
e Isotta m‘è gnocca e mignotta, buonanotte

"Il padrone manda il boia,
E gli dice che impicchi il beccaio,
Il boia impicca il beccaio,
Il beccaio scanna il bue,
Il bue beve l’acqua,
L’acqua spegne il fuoco,
Il fuoco brucia il legno,
il legno batte il cane,
Il cane morde Giovanni,
Giovanni taglia l’avena,
E tornano tutti a casa"


blues della solitudine, una donna sul tetto
qui in fuga è la morte, la libertà un’avventura
e poi le dame di carità e S. Vincenzo in setta
qui tutto è mamma, chatwoman santissima
in veglia e sveglia oro babà e sant’onoré
e non c’è più piombo Rote Fraktion Armé

“che ci faccio qui?...blues della solitudine”…
il silenzio non mi nuoce, vomita per bene
e la notte non mi lascia mai perdente
qui tutto è sogno e vero, chatwoman in canoa
e il cielo attraversiamo e le stelle e per mare
e per terra non ci fotte del buco dell’ozono

galoppa la pista del padrone, blues della solitudine
e alla sinistra al potere non c’è voto che leghista
perdono nessuno alla guerra duratura e abiura
qui bitoperario è tutto in classe, chatwoman virtuale
addiaccio in paradiso non vai cinema paradiso
banale il teatro rifiuta della crudeltà il carnevale

angolare abito la distanza, blues della solitudine
sosto il vuoto e dell’anima bucata la bottega
non perdo il niente e striato dominio singolare
qui è biopotere, identità chatwoman datomania
tra check points e webcam cantiamo avemaria
in classe un’Europa di miniera, maniero di polizia

gli emigrati sono confiscati e deportati, blues
della solitudine i nostri erano in compagnia
ingrati patate fritte e occhi blu non mancavano
qui il confine è dei grandi, chatwoman fratelli
e gli spettri non sono di Otello e Marx cascati
cosa faccio qui io fratelli e frittelle, vivo o cucino?...


“che ci faccio qui?...blues della solitudine”…
Ruini è una rovina, non ama l’eroina
incesto, poligamia, eutanasia e gay saber
è tutto un pesto, chatwoman si batte
e un prete ogni messa domenicale s’incesta
e Abu Ghraib non vive e abbassa la cresta

“che ci faccio qui?...blues della solitudine”…
siastole e diastole si sparano in vena
ciondolano di birra, vino e telefonino
è tutto in scatole, chatwoman si sbattono
dell’inquietudine non sanno un cazzo
e un messaggino s’infilano a stecchino

“che ci faccio qui?...blues della solitudine”…
lo stato è canaglia, corruzione e torrefazione
a macdonald tango al burro e desolazione
tutto è a colazione, chatwoman in canale
la tv digitale ci mette gola senza ditale
in finitudine, blues, che ci faccio qui?...

“che ci faccio qui?...blues della solitudine”…
qui mi manca maggio e la rivoluzione
le fragole, le ciliegie e Che Guevara
e l’io si gode di foraggio, chatwoman sollen
le ore, l’amore del disonore, l’onore della guerra
profitti e perdite non ci mancano a bemolle

“che ci faccio qui?...blues della solitudine”…
o Sancio dell’ampia pancia dov’è cavaliere
Silvio la trista lancia, Mars-Allah è massoneria
è tutto striscia e notizia, chatwoman in serie
Rotary Lyons Kiwanis a sonagli e altra ruberia
faccendiere a cena senza turchi e biancheria

“che ci faccio qui?...blues della solitudine”…
della sacra rota e romana unita è la città mia
immateriale, porca maiala, e d’infamia china
tutto è sport club e mania, chatwoman di serie
underclass call center al caso, orgasmo finale
di gran stile gioca carte e delirio terminale

“che ci faccio qui?...blues della solitudine”…
a tarocchi e festa la nuda vita non mi gioco
tra luci di Becht non è suetudine finale di partita
qui tutto mi prude e di pene chatwoman non è pene
non è ideologia molesta dico io, ma desiderio lesto
ribelle e testa in basso come l’acido che infesta

se collane di cime e vento e neve in sogno
e un po’ di poesia in prestito e sapore strano
“che ci faccio qui?...blues della solitudine”…
qui tutto è futuro furo, chatwoman duraturo
una verità nascosta una felicità precotta
una lotta assurda un amore che scotta l’aorta
having a fit of the blue devils, luce ribelle
(avere un attacco di diavolo blu, duce)
la favola si è capovolta, questa volta
the time is ont of joint, rotto è l’innesto
(è tempo fuori sesto, un colpo perfetto)
è un fantasma senza spettro, elettrione
cerca un corpo che scarichi i coglioni

gira su per le colline del vento, trecento
e lento sogna tra pacchi e doni, un evento
Principe girondini, giacobini e pizzini
Nuovo non dispensa internet esplorer, p2p
produzione pensa e retro-azione, consuma
Mesopotamia dreaming e dintorni a mine
o caro questa virata cerbero antiuomo
Sancio cammina e non Sancio

sabato 10 febbraio 2007

Son'etto per Saddam

non è lirica Iraq, né un giorno per l’ira
vitale è letale, genocidio agreable
non è lira per Saddam, né giorno per la fica
è welfare warfare, igienico dio habitable

cani resi, mai arresi ad Auschwitz tesi
americani e non core-ani sbracati illesi
lessi di sterminio fame farina e forca
uccidere per vivere e viveri per morire

di radio e uranio, un etto per cranio
di certezza è sicurezza, son sette
horcinus m’è orca, sovranità natal

le sorelle, son pompe e fosforo vanità
tressette è la posta in gioco, e saman
di mano non è paradosso ma osso e fosso

first strike, a chi l’onore
della contabilità rarefatta, la morte
chi fra le colline l’eco-tenore
distese le povertà sono in forze

new economy, old economy
nomi astratti e nuda vita mantra
corrono gli anni dei signori, gli ori

managers famiglie e maglie ordì-
nati gentili e di anima magra
cielo degradano odori e fori

risonanze il calore dei corpi, colore
ingerenza umanitaria, il cacciabom-
bardiere torna per la cena e la bandiera
e noi siamo il vento,convoglio indolore

…e potevamo non cacare gare e bare
dispersi al ritmo di Al Qaeda e cari
al governare senza governare care
soggetti possiamo cure di bachi