giovedì 23 dicembre 2010

La poesia “impura” politica al "Beba do Samba"


La poesia “impura” politica di “Calpestare l’oblio” in assemblea
“Beba do Samba” (Roma)- 8 gennaio 2011

a cura di Giacomo Cuttone

L’8 gennaio 2011, i 100 poeti (A. Contiliano, R. Roversi, G. D’Elia, N. Paci, M. Cucchi, B. Costa, N. Cavalera, N. Balestrini, L. Voce, N. De Vita, L. Socci, D. Nota, F. Orecchini, M. Lenti…) di “Calpestare l’oblio” si riuniranno di nuovo al “Beba do Samba” di Roma per presentare il volume nella sua edizione (seconda) cartacea. L’opera, ora, esce infatti per i tipi di Cattedrale/Argo (in collaborazione con l’Associazione Nie Wiem). La prima presentazione (e prima edizione dei 100 poeti), nella forma dell’e-book, è stata l’8 gennaio 2010 (sempre al “Beba do Samba”).
La seconda presentazione (come un anniversario) sarà anche, e ancora, l’occasione per discutere del degrado dell’attuale sistema-mondo e dei personaggi, a dir poco di bassa lega o corta statura, che lo amministrano. In Italia sicuramente governano per aumentare il Pil dello sfascio privatistico, della disoccupazione giovanile, dell’impoverimento e dei “sans”: i senza diritti, senza casa, senza lavoro, senza conflitti antagonisti, senza poesia, senza cultura e politica alternativa, etc.
L’opera, come si sa, aveva avuto una prima edizione (elettronica) in formato e-book. I curatori sono stati Davide Nota, Fabio Orecchini e il portale di poesia “La Gru” in collaborazione con “Argo”, “L’Unità”, “Left”. Oggi, il volume, nella sua elegante edizione cartacea, oltre alla nota “Un piccolo miracolo laico” di Luig-Alberto Sanchi, porta anche una nota introduttiva di Valerio Cuccaroni.
La costante, degna di nota, è che questi cento poeti (diversi per stile e linguaggio, ma uniti nel rispetto della Costituzione italiana e dei valori della resistenza antifascista) hanno suscitato un vespaio di interventi. Non sono mancate le polemiche insulse e le invettive per il taglio antisistema del libro ad opera della famiglia di berlusconia. I testi dei poeti, infatti, non evitano né le prese di posizione “anti”, né gli scogli del pensiero critico. Del resto nessun ignora che il regime del berlusconismo, una delle più fedeli esecuzioni della bieca modernizzazione liberista di classe, e la sua banda di suonatori d’organetto, non amano né i dissensi, né la democrazia repubblicana antifascista.
Strano, però, è che personaggi come Adriano Sofri si trovino, a quanto pare, sulla stessa corsia che insegue il misconoscimento o la sottrazione di valore politico-culturale critico all’operato degli autori di “Calpestare l’oblio”.
Sì che, a questo punto, ci piace riportare la risposta, dal titolo “Quei poeti giù dal tetto che scotta. Una risposta ad Adriano Sofri”, dei curatori dell’opera (Davide Nota e Fabio Orecchini):

«Stavo bello e bravo sul tetto del mio palazzo / quando all’improvviso sei arrivata a scacciarmi con una stecca da biliardo / come fossi uno scarafaggio urlandomi che sono un buono a nulla.».

“Sono i versi di un poeta italiano, nato nel 1974 e che dal tetto del proprio palazzo si è lanciato lo scorso anno, in volo contro il mondo, salutando per sempre la vita e l’Italia.
Ci ha lasciato due importanti libri e tasselli essenziali di quella che sarà considerata la generazione dei poeti italiani del primo decennio del Duemila, che Adriano Sofri non conosce né leggerà, limitandosi a pontificare su “La Repubblica” su ciò che ignora, come se l’oblio dello spettacolo e dei media nei confronti del genere poetico possa essere considerato una forma di realtà, almeno quanto la sua adiacenza intellettuale alla rappresentazione ufficiale della comunicazione un atto di cultura e non di conformismo (il riferimento è tutto all’articolo “Quei ragazzi sul tetto di un Paese senza poeti” pubblicato su “La Repubblica” del 27 novembre 2010).
Nel gennaio del 2010 cento poeti italiani si sono uniti in assemblea confluendo nella più importante e diffusa opera di poesia civile in Italia per “Calpestare l’oblio” di un Paese senza memoria storica, cultura democratica e progettualità comune.
Hanno contestato l’esilio della poesia e dell’arte dal dibattito pubblico e interdisciplinare, denunciando la gravità della questione culturale in Italia ed anche nel piccolo ambiente del giornalismo della sinistra, dove la confusione tra i concetti di arte e spettacolo, cultura e salottino, continua a regnare sovrana.
Molti giornali italiani ospitarono, diedero voce, applaudirono o dileggiarono il caso dei “Poeti in rivolta”. Alcuni manifestanti alzarono addirittura i loro versi scritti su alcuni cartelloni durante il No-B Day di Roma, come testimoniato dal quotidiano “L’Unità”.
Viaggiando a proprie spese da tutt’Italia, i cento poeti si unirono in assemblea autogestita nel quartiere romano di San Lorenzo, assieme a studenti e lavoratori precari.
Dove guardava Adriano Sofri, in quei giorni?
Proprio lui che se solo avesse voluto avrebbe potuto rendere quell’onda spontanea di rivolta culturale e poetica una questione di urgenza politica e programmatica per l’intera Italia e la sinistra da rifare?
I poeti erano lì, giù dal tetto, perché i tetti non sono l'unico luogo per incontrarsi e far sentire la propria voce, caro Adriano Sofri, ma con gli occhi fissi ai tetti, ai tetti di percolato delle discariche campane, ai tetti distrutti dell'Aquila, ai tetti di amianto delle fabbriche dismesse, ai tetti di vergogna dei centri di detenzione sparsi per l'Italia e delle scuole fatiscenti o ridotte a baronati e feudi impenetrabili.
I poeti è bene che stiano giù dai tetti, come dalle torri, che stiano per le strade, tra la gente, che osservino e diano voce a chi voce non ce l'ha.
Questi stessi poeti, e questa volta speriamo anche qualche rappresentante del quotidiano su cui scrive, si rivedranno sabato 8 gennaio 2011, dalle ore 17, presso la sede dell’Associazione culturale “Beba do Samba” di San Lorenzo, per la seconda Assemblea nazionale di “Calpestare l’oblio”, in cui tutte le anime critiche di questo paese saranno chiamate ad intervenire, a confrontarsi, ad analizzare la situazione sociale, culturale e politica di questo avvilente momento storico, discutendo proprio dell'esclusione del Poeta, anima del dissenso, della memoria e del mutamento, dagli ambiti cruciali della cultura e della comunicazione italiane.
E sarà forse questo il modo migliore per ricordare assieme non la morte ma la vita, la poesia e le speranze di Elsa Morante, che continuano a scintillare da questi tetti grigi e cadenti d’Italia”.

mercoledì 1 dicembre 2010

Sulla scrittura poetica di Nino Contiliano



Venerdì 19 .11.2010, nella sala delle conferenze della biblioteca “Marucelliana” di Firenze, Antonino Contiliano ha presentato il suo ultimo libro di poesie Ero(S)Diade / La binaria dell’asiento, edito per i quaderni di “Collettivo R / Atahualpa, 2010”, la rivista di poesia e letteratura diretta da Luca Rosi. La presentazione dell’opera dell’autore marsalese è stata curata da Martha Canfield (Università di Firenze) e dal poeta e saggista siciliano Giovanni Commare.

Al poeta Contiliano, di ritorno a Marsala, chiediamo di riferirci, sinteticamente, com’è andato l’incontro; se Ero(S)Diade / La binaria dell’asiento ha ricevuto altre testimonianze (oltre quella già da noi pubblicata di Maria Patrizia Allotta nei giorni scorsi); se ha in corso qualche altra pubblicazione in proprio o antologica; se ci può dire quale motivazione l’ha portato a scrivere (non molto tempo fa il nostro giornale ha ospitato due articoli) sulla pittura di Toti Lombardo e di Giacomo Cuttone.
Le risposte:
La presentazione è andata oltre le mie aspettative sia per il taglio critico degli interventi dei due relatori, sia per l’attenzione qualificata del pubblico. L’avvio è stato dato dal poeta L. Rosi. Rosi ha ricordato i vecchi legami che fin dalla fine degli anni Settanta (del secolo scorso) in poi hanno tenuto Contiliano vicino al gruppo dei poeti fiorentini dell’impegno e della sperimentazione di quegli anni, e di come la rivista “CollettivoR” sia stato uno dei tramiti più forti con la poesia dei siciliani dell’Antigruppo, di cui la voce di Contiliano è stata una delle più giovani e ultime. Rosi ha anche detto della partecipazione di Contiliano alle esperienze e performances culturali e poetiche dell’“Arci/Ottovolante” fiorentine negli anni Ottanta del secolo scorso;
Giovanni Commare, percorrendo i vari testi del libro, si è intrattenuto sull’unitarietà dello stile poetico di Ero(S)Diade / La binaria dell’asiento, mettendo in rilievo il fatto che i contenuti politici ed esistenziali sono stati filtrati sia da una polifonia ritmica e sonora (accuratamente costruita facendo slittare i significanti e/o utilizzando le varie forme fono-logiche e compositive della retorica poietica), quanto da una voluta e marcata parodia allegorizzante. Un linguaggio “stravolto” e “complesso” stirato nelle sue varie offerte e fino ai gradi dell’ironia (forte e divertita) e del sarcasmo (come ha rilevato anche il poeta e critico Domenico Cara a proposito di “Tempo spaginato”, 2007);
Martha Canfield (Università di Firenze), dopo aver chiesto al poeta la lettura diretta di “Binaria, dark, Fusibile, Centrifuga”, sofferma la sua attenzione su “Centrifuga”. Uno dei testi della raccolta che relaziona l’eros con il corpo femminile e un linguaggio insolito quanto intrigante. Ma dell’eros parla anche nei suoi nessi con la politica e la religione. Come suggerisce Ero(S)Diade), infatti, l’eros si infiltra e condiziona il corpo del sistema religione-politica. Nota, per non parlare dei nostri giorni, è la storia che ci riferisce della decapitazione del “ribelle” Giovanni Battista ordinata dal re, ma voluta da Erodiade come premio dopo la danza erotica di Salomé. Come Giovanni Commare, anche la Canfield ha tenuto a far notare come, in questa raccolta poetica, l’eros sia anche la passione di Contiliano per/del linguaggio, e in particolare per quello della poesia;
tra gli interventi del pubblico, quello del critico e storico della “letteratura come romanzo generale”, Stefano Lanuzza. Il Lanuzza ha parlato di neo-barocco-linguistico, una variazione proliferante che provoca riflessioni e critica, a fronte oggi di un’usura della lingua info-emotion/intrattenimento che colpisce la capacità di pensare. E l’efflorescenza verbale e semiotica ramificata che abita i versi di Ero(S)Diade ne è la prova più evidente. Il critico ha accennato anche alla nostra attuale ricerca di poetica e di teoria che investe il soggetto nella sua soggettivazione individuale e collettiva, e alla produzione di opere di poesia collettiva o sine nomine (già realizzate o in corso d’opera come quella on line presente in www.retididedalus.it con il nome collettivo di “Noi Rebeldìa 2010”). Ha anche fatto cenno a un neo-illuminismo come ricerca di un ponte tra sapere scientifico e poetico. Del resto Ilias Prigogine dice che la scienza è un ascolto poetico della natura e della storia.
Per altre testimonianze, in attesa della prossima pubblicazione (Arenaria/2011) del saggio di ricerca di Marta Barbato (Università di Palermo), ricordo gli attestati di Franca Alaimo (Palermo) e Maria Attanasio (Caltagirone).
Franca Alaimo: “Contiliano appartiene a quella schiera di scrittori che, passando ad occhi aperti sul corpo melmoso e sanguinante del reale, non smette di nutrire prossime utopie: non è forse contenuta nello stesso titolo del suo poemetto (concepito come un attraversamento per tappe – i singoli testi titolati – del mondo di ora e di qui ) la risposta all’ “ero diade”?
Quella “s” incapsulata non chiede di essere liberata dalle sue parentesi come dalle sbarre di una gabbia? E, infatti, così facendo, chi legge trova la formula magica: l’eros. Nulla di nuovo. Nulla, se non ci occupassimo del “come”, cioè del mezzo attraverso il quale viaggiano le idee dell’autore; dei legami fra il suo stato di osservatore, realtà osservata ed il disegno complessivo della nuova mappa tracciata.
Contiliano comincia con il fare esplodere il mezzo usuale: la lingua, mescolando insieme la ferocia del ribelle e la tenerezza dell’innamorato che sogna l’altra lingua possibile, capace di traghettare l’umanità verso nuovi, migliori traguardi, così che nella distruzione scintillino già i semi della ri-costruzione. Contiliano afferra tutto il corpo della lingua , ammucchiandone le parti disperse, perse, obliate, le chiede golosamente al tempo ed allo spazio, includendo versi, sintagmi, titoli che rimandano a scrittori, saggi, film, libri e quant’altro del passato prossimo e remoto; e inoltre accogliendo termini e sintagmi d’altre lingue, specie dall’aria scientifica e mass-mediale, dell’ieri e dell’oggi.
E’ un’operazione erotica di esplorazione della lingua caratterizzata dallo stesso ardore ed accensione dei sensi di un amante che percorre senza stancarsi il corpo della donna amata. Questo mi pare il senso di almeno metà dei testi che compongono “Ero (s) diade”, ché, in essi, inventando un nuovo modello di poesia d’amore, frangendo e sommuovendo, ma senza azzerarlo, il tono lirico, Contiliano dà voce, sì, ad una storia intima d’amore; ma, con stupore, per stupore, seguendo un suo interiore tracciato, finisce con il far coincidere quel corpo di donna con quello stesso della poesia e della lingua, che si frastagliano e si moltiplicano in emozionate vibrazioni, salti di fantasia, insoliti congiungimenti, dialoghi e scontri: uno + uno e poi unità di due, nel tentativo di annullare i confini. E’, in definitiva, questo il suo modo di guardare il mondo; se l’altro smette di essere lontano, se si approssima fino al contatto più intimo, si torna all’unità.
Ma è l’utopia, l’utopia! Da tenere alta, certo, soprattutto contro quella falsa ed universalmente veicolata nella gabbia del mondo sempre più intrappolato in reti telematiche, radiotelevisive, ideologiche. Quale rete mai dovette gettare Pietro per prendere tanti pesci vivi e lucenti dal lago Tiberiade che pareva del tutto inanimato! Quale rete contro l’apparenza desolata, devitalizzata?
Per questo le maglie della rete linguistica che parlavano pure “bellamente” i farisei andavano rotte, vanno rotte, sempre! Contiliano lo fa in tutti i modi, con grandissima serietà, ma, a volte, si abbandona al gioco, si di-verte, di-verte, tentando toni diversi: l’ironico, l’umoristico, il ludico, separatamente, ma anche insieme in uno stesso testo, in una sorta di grande collage visivo-sonoro.
Ma il lettore non deve distrarsi, perché l’autore fa il gioco, a volte, di quelli stessi che critica, come a dire che nemmeno della poesia e degli scrittori bisogna fidarsi! Attento lettore, da chi ti seduce con le parole come il serpente dell’Eden! E attento, davvero, alla poesia dell’uomo! Perché in questa poesia – lui dice sempre – si parla di te, della realtà che vivi, dei disastri dell’avidità, delle aride leggi di mercato, delle eterne disuguaglianze, di sete, di fame, di sangue, di naufragi: eccoli i nuovi martiri d’oggi! Contiliano li sceglie come compagni di viaggio del suo dire, dando loro lo spazio di copertina (l’acrilico – “Isola non è arrivo 2” – è del pittore Giacomo Cottone), dove sperano disperando tra il blu del mare, il rosso che è sangue di morte, sangue di un sole che tramonta o sorge, non si sa; e il verde di una promessa, un’isola lontana, che è la loro utopia.
Dopotutto “la poesia e l’utopia sono in trappola?” si chiede Luca Rosi che sembra commentare con la sua poesia in quarta di copertina il libro dell’amico, a cui, appunto si rivolge. E la parola da ripetere con lui, con loro, è “presente!”, perché, infine, ciò che vuole dimostrare Contiliano è l’esserci, qui, ora, con le uniche armi a sua disposizione: ‘i versi e gli sberleffi’.”;
Maria Attanasio: “… grazie per Eros (d) diade, che ho letto con grande curiosità.
Non mi aspettavo infatti una testualità così destrutturante e originale; né la forza energetica del tuo plurilinguismo (dall’inglese al latino al francese: a volte tutti in uno stesso verso!); né una sperimentazione espressiva così ardita, variegata, attraversata da rime e consonanze, da corrosiva ironia e impegno, da invettiva e divertissement (Manet, la Moneda, ad esempio). Soprattutto espressivamente così deragliante rispetto rispetto a una poesia oggi sempre più seriosa e sentimentale (senza sentimento, però!), che spesso torna a far rimare cuore con amore, dittatura con scrittura”.
La spinta iniziale che mi ha motivato a scrivere sulla pittura di Toti Lombardo (“L’astrazione nella pittura di Toti Lombardo”) è stata la geometria dei suoi colori e dell’ornato artistico coniugante la storia del suo percorso, le tracce rivisitate della cultura mediterranea unitamente alla florealità coniugata con la proporzione delle forme e della logica astratta, “inventio” e immaginazione pittorica sapientemente e pazientemente curata.
Per l’opera artistica di Giacomo Cuttone, il discorso sarebbe più lungo. La sua pittura mi ha mosso e mi muove per il suo espressionismo poetico e allegorico “impegnato” (“L’espressionismo allegorico nella pittura di Giacomo Cuttone”), e perché, sintonicamente, il pittore ha sempre interpretato artisticamente i miei testi e allestito la copertina dei miei libri. Ma c’è anche una reciproca stima e consonanza sulla parola che vede (poesia) e la pittura che dice (arte). Una vecchia militanza di dissenso, di ricerca e di scavo, che attraversa l’intero suo percorso artistico, è un’altra motivazione, così come lo è anche la valenza delle sue con-figurazioni legate ai temi del “migrante” e relative incidenze culturali-politiche, e di cui “Isola non è arrivo 2” – che completa la copertina di “Ero(s)diade / La binaria dell’asiento” – è solo un esemplare.
In ordine alle mie prossime pubblicazioni di poesia, posso anticipare che a Roma (Ediz. Fermenti, nome anche della rivista con cui collaboro ormai da anni) è in corso di stampa un corpo antologico che porta anche una sezione di miei inediti raccolti sotto il titolo di CONTROPRESENTE. Di questa piccola raccolta fa parte “Ssss…indaco a Kakanìa”, il testo dedicato agli “sfarzi” dell’estate marsalese 2010.

(intervista a cura di Gaspare De Blasi, in "Marsala c'è - 30 nov. 2010)

giovedì 25 novembre 2010

L’esercizio poetico di Antonino Contiliano

di Maria Patrizia Allotta


“Proprio nel mese in cui ha inizio la primavera dell’anno detto 2010 riceviamo da Antonino Contiliano un nuovo dono intitolato Ero(S)Diade / La binaria dell’asiento dove è possibile cogliere, ancora una volta, la delicatezza di un’anima che instancabilmente canta e invoca e la sensibilità di un spirito che inevitabilmente entusiasma e appassiona.
Anche in questa raccolta, come sempre, dietro quella trascinante “follia” dettata dai bizzarri sentieri lessicologici e grammaticali percorsi magistralmente dal nostro autore siciliano, ci è dato scorgere la via della “sapienza” che intimamente gli appartiene tanto da distinguerlo dai più e dai dormienti, così come pure ci è dato riconoscere l’audace trasgressione linguistica e letteraria la quale comunque, quasi misteriosamente, riconduce ogni possibile lettore al mito e alla tradizione, al valore di ogni orma fonica e al senso di ogni possibile segno verbale ma soprattutto all’importanza della scrittura e al segreto della parola liberante.
Opera, quella di Contiliano, dove la scienza si intreccia con la filosofia, l’immanenza si intesse con la trascendenza, il sacro organizza il profano, la ragione dipende dall’alterazione, la mente si unisce al corpo, l’indignazione genera l’amore, il divino si fonde col bello.
In molti versi, poi, il tempo, pare oltre che “spaginato” anche sospeso, ostruito ma straordinariamente infinito, lo spazio sbarrato, vincolato ma inspiegabilmente illimitato, il Cosmo devastato, offeso, pure sfigurato ma piacevolmente indeterminabile, l’uomo deriso, vilipeso, martoriato eppure intimamente amato.
Suoni, percosse e vessilli si alternano a silenzi, carezze e sogni.
Una eterna Diade, insomma, che bene si muove, tra teoria e prassi, sistema e azione, ideologia e impegno, tradizione ed innovazione insieme.
E certamente sono “i deliri silenziosi dei corpi al vento”, le “fusioni e dispersioni d’orrori”, l’ “infinito massacro dei poveri”, l’estenuante “battito dei morti”, ma anche le troppe “zattere alla deriva”, l’insopportabile “fame flessibile”, “i vestiti precari e cari” o l’offensivo “rosso mare di sangue” che lo portano a gridare con forza come “non è più tempo di chiedere esigere è tempo” perché “un altro mondo possibile è”; così come pure è il “macello ininterrotto”, “la libertà che langue”, “una chiesa così e così sia” e ancora “l’amore in affitto…, la giustizia a frittelle e i tribunali a panelleeeee”, ma anche “il giro di bordelli e una vita da brandelli”, il “lavoro precario, mangio saltuario mi innamoro a orario” che lo fanno sentire “così accosciato così dissociato così sospeso così sorpreso” ma anche “così “flessibile come un fusibile”.
Appare un monito il suo dettato lirico, una esortazione il suo impegno profetico, un esempio la sua nobiltà, soprattutto quando, forse esausto ma non rassegnato, piegato ma combattente, intrepidamente proferisce ancora di quella “coscienza che flotta nel deserto”, di quelle “pieghe che non spieghi” e di quella “vita per tutti non è di tutti”.
Ed è bello pensare che quel vecchio sempre giovane che già “si era perso nello sguardo” possa rimanere convinto che “il tempo non suona due volte, mai la stessa canzone di vento e cielo” e che “dentro non si muore una volta sola” così da poter entusiasticamente cogliere e poi cantare “il profumo fra le rovine”, “il vulcano delle delizie alla marea” e il “delirio in amore” … che incanta.
Rabbia e collera nelle sue parole, esercizio entronautico e spirituale nei suoi versi, sofferto amore e pace del sogno del lucido delirio nella sua filosofia”.

sabato 23 ottobre 2010

L'antologia poetica "Calpestare l'oblio"

La polifonia della poesia e la resistenza della verità




Non è il sonno della ragione che genera mostri,
bensì la razionalità vigile e insonne.
G. Deleuze

Fine specifico della neolingua […] rendere
impossibile ogni altra forma di pensiero.
G. Orwell


Calpestare l’oblio / Cento poeti italiani contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana, a cura di Davide Nota e Fabio Orecchini, e-book (prima edizione) e Nie Wiem (seconda edizione in arrivo per novembre 2010, Ancona).




Nella formazione dell’unità italiana e nel dibattito nato per i suoi assetti istituzionali, la poesia è stata un testimone e un critico sempre scomodo. Vogliamo dire che è stata sempre presente come parola e parte significativa e ineludibile della polis, e che, ora, la pubblicazione (2010) in e-book (prossimamente per la Collana Argo dell'editore Cattedrale, Ancona) dell’opera poetica Calpestare l’oblio - Cento poeti italiani contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana, a cura di Davide Nota e Fabio Orecchini, non è solo una conferma, ma un bisogno, una necessità e un impegno improrogabile. Lontano dal pensiero estetico crociano, qui non possiamo però non ricordarne tuttavia la verità, come fa Norberto Bobbio (Dal fascismo alla democrazia, 2008, p. 232), agganciandosi a Eugenio Garin (Gli intellettuali del XX secolo), che una cultura “disimpegnata”, per Croce, ovviamente e giustamente, “sarebbe stata un non senso”.
La cacciata dei poeti dalla città, come desiderava il Platone politico, ha funzionato allora alla rovescia: il demone conflittuale della poesia non ha lasciato alle ortiche il legame della lexis poetica con la praxis socio-politica. Del resto sarebbe impensabile, ed è improponibile, che il pensiero, che legge la realtà prima di tutto nel linguaggio, lasciasse l’azione della parola culturale e/o poetica lontana dagli affari della città per rinchiuderla solo nell’intimità privata dei soggetti, e lasciare la polis agli specialisti del capitale di turno, senza ‘etica’ e capacità di critica dell’economia politica così come dell’economia poetica della poesia dell’io dedito al lirismo depoliticizzato.
Ma ora sospendiamo questo passaggio (di cui innanzi) e torniamo, seppur brevemente, e senza omettere l’accento di polifonia estetico-poetica, a “Calpestare l’oblio”; è, secondo noi, una vera e propria open source free cooperativa dell’eteregoneità e insieme dell’impegno civile della poesia. Di quella poesia, chiamata attorno al bene comune del sapere stesso della poesia, che si sporca le mani con la realtà materiale e storica di questo tempo triste e violento, e senza misure e paragoni si butta nell’agorà pubblica solo con le armi del suo linguaggio “aseico” e della critica del giudizio. L’iniziativa e il progetto dell’antologia non è colpevole della mancanza di un canone di gruppo; già il “noi” del general intellect poetico collettivo che entra in azione in/con “Calpestare l’oblio” è di per sé è una bussola d’orientamento qualificANTE. Semmai, invece, è lodevole per aver fatto della pluralità degli stili e dei linguaggi, propria alla scrittura delle testualità poetica e dei poeti partecipanti come singolarità, la diseguale eguaglianza chiamata a raccolta per riaffermare e difendere il diritto e il valore dell’antagonismo e del conflitto. Il sale, non estraneo alla stessa concezione del liberalismo individuale individualistico, della vita di una comunità di viventi democratici, i quali sono tutt’altro che zombi ammaestrati come vorrebbe la società dello spettacolo e del suo governo imbonitore.
Perché questi “100 poeti” “Calpestare l’oblio” sono lì riuniti e raccolti non solo per l’esercizio della funzione pratica plurale della poesia, ma anche e soprattutto per i valori e la pratica politica della libertà e dell’eguaglianza sociale nell’ottica della democrazia repubblicana sostanziale (il modello che ha voluto sintetizzare nel “comune” dell’idea e della pratica della democrazia effettiva – non una rivoluzione solo promessa e non mantenuta – le idealità politiche delle diverse forze della “resistenza” antifascista di eri e di oggi).
Il bene comune cioè conquistato e lasciatoci dalla lotta antifascista, condiviso e poi sancito dalle parti della “resistenza” nell’accordo scritto che è la Costituzione repubblicana italiana (la Carta programmatica, bisogna non dimenticare, elaborata dialogicamente – etica di una ragione pubblica – dal gruppo dei “settantacinque” – 75 – dell’arco resistenziale), il cui patrimonio oggi è messo alla berlina e in pericolo nel nostro paese, e sotto il patrocinio del regime conservatore e reazionario della destra. Lo strapotere e la cecità della “dittatura dell’ignoranza” che, banda governativa del neoliberismo in carica, e ideologia berlusconiana della mercificazione mondiale (in vigore normativo e prescrittivo plebiscitario e pubblicitario a tutto spiano), stravolge anima e contenuti della stessa Carta costituzionale, oltre che a farsi beffe dell’opposizione e della storia con gli spot del “popolo della libertà” della pulp fiction.
Se dall’illuminismo (per non andare ancora indietro a Dante o alla storia della nascita dei comuni in Italia), le guerre risorgimentali e l’unificazione del XIX secolo, alle crisi, nascita e caduta del fascismo e relativa edificazione repubblicana (XX secolo), la letteratura, l’arte e la poesia non hanno mai cessato di occuparsi (e cosa abbastanza nota per parlarne in queste poche righe) della dimensione civile, sociale e politica del Paese Italia, è quanto mai sintomatico di una volontà culturale e politica reazionaria il fatto che molta parte della stampa governativa, o di molti suoi esponenti, oggi/ora, come riportano le cronache giornalistiche, abbia reagito negativamente alla pubblicazione dell’e-book poetico Calpestare l’oblio e ai consensi ricevuti.
In una lettera a Micromega, Davide Nota, uno dei curatori, differenziando tra calpestare l’oblio e calpestare la verità, scriveva ( “La Gru”, www.lagru.org):

“I toni sono per lo più dileggiosi e volti ad operare una riduzione macchiettistica finalizzata allo sfottò nei confronti dei partecipanti, dipinti come una "corazzata Potëmkin" (Il Giornale) di vecchi ed “oscuri” (Libero) poeti nostalgici del ‘68 e carichi di “odio” nei confronti di Silvio Berlusconi (Il Giornale, Il Foglio), e nei confronti dell'operazione in sé rinominata “Poeti contro Silvio” (Il Giornale)”.

Ora, in questo paese, in cui le offese (Bossi) alle istituzioni e a un popolo non contano, e pesano invece le frecciate (più o meno piccanti: vedi le vicende legate ad “Anno Zero”…solo per ricordarne una più recente) fatte agli amministratori dell’Italia-Azienda, mentre il ministro dei fannulloni (Renato Brunetta) si esercita ad apostrofare gli intellettuali italiani quali “élites di merda”, la vera offesa è invece l’acquiescenza complice al golpe cesarista consumato all’aria aperta dalla destra e dal berlusconismo, tanto più virulento quanto in discesa.
I poeti non possono non ribellarsi – Calpestare l’oblio è questa voce – o rimanere, come tuonava Breton, nel silenzio dei “preti”.
Non è certo vivibile un paese la cui organizzazione socio-politica collettiva, oggi, è fatta scendere, con effettive responsabilità delle stesse forze progressiste e di sinistra, a rango d’azienda privata tra la/e mano/i della/e mafia/e di padania e berlusconia. Un vero e proprio golpe cesarista che suona offesa alla coscienza culturale ed etico-politica della nostra storia e della collettività chiamata a raccolta attorno al bene comune e, tra gli altri beni comuni, anche a quello è che il sapere e la pratica significante della scrittura testuale poetica. Una testualità della pluralità estetica degli stili e dell’enunciazione propria ad ogni singolarità poetica dei “100” riuniti da/in “Calpestare l’oblio”.
Una “assemblea costituente” proprio come i “75” della Carta Costituzionale della resistenza antifascista e per la democrazia popolare.
Così anche ora, come ieri, la poesia, sempre beffeggiata ed emarginata dal potere e dai mandarini della ricchezza e dello schiavismo, torna a reclamare il suo diritto alla ribellione come parte in causa, e direttamente. Chiamata alla “resistenza della memoria” e alla “memoria della resistenza”, la polifonia della poesia e il pluralismo estetico, testimoniato dai singoli poeti antologizzati, ma unanimi nell’impiego conflittuale e antagonista del loro dettato, ha risposto coralmente (ritmo in polisemofonia), grazie anche a lavoro di gruppo in cui la “differenza” è stato l’universale piuttosto che un astratto e formalistico canone.
Davide Nota, infatti, sottolinea che la nuova versione di “Calpestare l’oblio” è anche opera del “prezioso contributo della rivista «Argo», nelle persone del poeta Fabio Orecchini e dello studioso Valerio Cuccaroni, e degli amici poeti ed organizzatori Enrico Cerquiglini e Lucilio Santoni”, e che “questa raccolta di poesie è […] del tutto eterogenea negli stili e nei contenuti: si va dall'intervento civile alla meditazione metafisica sul tema della memoria, dal poemetto espressionista alla radiografia post-human della mutazione antropologica, così come formalmente si passa dal metro tradizionale alla prosa ritmata, o dal genere lirico allo sperimentalismo narrativo. Ed anche questo è un bel segno, che dimostra come la disgregazione della cultura critica e poetica in scuole di stile autonome e non comunicanti sia del tutto datata e non più rispondente alle necessità della storia in atto”.
Questo nuovo impegno della poesia, la coralità open source free, e cooperativa non gerarchizzata, non può non essere che sottoscritto quale nuovo sperimentalismo poetico e civile di una avanguardia dell’impegno coerente con l’identità multipla e in divenire delle nuove generazioni interculturalmente ibride. Barbaro e terrorista è il monolinguismo del discorso del padrone che mutila e impoverisce le identità singolari e i processi antagonisti!
Una costellazione concettuale, questa funzione avanguardia, che, necessità e contingenza di cose, nella società dell’immateriale e dei linguaggi assurti a forza produttiva e dei rapporti di produzione del sistema-capitale e profitto di classe, va risemantizzata (il concetto di materia e/o di energia risemantizzati nei vari passaggi dei modelli scientifico-filosofici, dalla fisica classica a quelli non cartesiano-newtoniani o quanto-relativistici e della teoria dei sistemi dinamici, non per questo hanno perso il loro nome).
La temporalità storica, accelerata dalla permanete rivoluzione tecnologico-simbolica, non lascia più niente di immobile. La mutazione antropologica del “post-human” della società dello spettacolo e della biotecnologia con le sue “etiche col trattino” (S. Zizeck) ha minato le barriere naturali stesse della autonomia e indipendenza della volontà individuale di deliberare della civiltà umanistico-cristiano-cattolico-borghese. Ma non per questo l’alieno e straniante del linguaggio poetico può venire meno o tagliare i ponti con la tensione polare, che governa le forze sia dell’universo quanto della vita associata dei soggetti con le rispettive soggettivazioni di sistema e interdipendenti; né tanto meno si può rinunciare all’attivazione di un ‘risveglio’ ustorio di tendenza che bruci il fantasma reificato dello specchio.
Vale la pena, poi, qui, di ricordare che, per la sua configurazione tutt’altro che conforme ai modelli antologici del passato (mazzi con il fiorfiore dei fiori e criterio di base dichiarato), questo raggruppamento sia piuttosto del taglio della sorella “anti-antologia” – Poesia a Comizio (Roma, Empirìa, 2008) –, a cura di Francesco Muzzioli e Marcello Carlino. L’“anti-antologia” che ha riunito trentasette (37) poeti per una raccolta che si costituisce “come campo e come compito, cui ciascuno è libero di rispondere”. Il numero dei poeti della “resistenza” allora ammontano a 137. Se aggiungiamo gli altri cento dell’imminente “L’impoetico mafioso” dell’edizione www.edizionecfr.it (Associazione Poiein), raggiungiamo quota 237.
È un quantoqualiativo sufficiente, questa agguerrita “armata brancaleone” della poesia civile, per una tendenza del risveglio resistenziale attivo sul territorio? Di sicuro è testimonianza e presenza necessaria per non arrestare il cammino di un’allegoria riflettente del giudizio.

giovedì 19 agosto 2010

L’estate marsalese votata al "Comune male"

L'11 agosto 2010, Marsala "estiva" conosce una serata di protesta per il programma di incandescente decadenza allestito dall'Amministrazione cittadina. Appresso testi e foto dell'animazione serale del dissenso.
Durante le soste previste dal corteo del dissenso, tra altri testi e performances di diversa natura, sono stati letti e recitati due testi creati ad hoc:
Il “Manifesto del presentismo” (di A. Scaturro) e "Ssss…indaco a Kakanìa", di A. Contiliano.
Il “Manifesto del presentismo” (di A. Scaturro) è stato “recitato” dal trio teatrale costituito dallo stesso Andrea Scaturro, da Gianfranco Manzo e Luisa Caldarella (foto del gruppo).
Il testo poetico "Ssss…indaco a Kakanìa", di A. Contiliano, durante le diverse soste del corteo del dissenso per i centri della Città, è stato letto insieme a Massimo Pastore (foto del gruppo).










MANIFESTO DEL PRESENTISMO
(di Andrea Scaturro)

NOI vogliamo cantare l’amore nelle canzoni, l’abitudine al karaoke e al piano bar.
Il tormentone, il ritornello e il cuore-amore saranno elementi essenziali del nostro manifestare.
La cultura esaltò per un po’ il pensiero, conciliandoci le estati insonni. NOI vogliamo esaltare il culturismo, il movimento aggressivo, le discoteche, i balli di gruppo, i gommoni da corsa, i tacchi ed il fumo.
NOI affermiamo che le strade della città si sono arricchite di una bellezza nuova: la bellezza delle rotatorie. Un’auto sportiva piena di fighe abbronzate che montano su grossi tubi simili a serpenti dall’alito alcolico… un SUV ruggente, che corre coi congiuntivi sbagliati, è più possente dello Sbarco di Garibaldi!
NOI vogliamo taggare l’uomo che tiene in mano il bicchiere, il cui profilo è attraversato da eventi esclusivi per gente d’origine protetta, e traboccante di commenti dove la grammatica sembra un servizio offerto dall’Aimeri.
Bisogna che il cittadino mostri bei vestiti, sfarzo e sorrisi prepagati, per aumentare l’entusiasmo collettivo sfociante in un primordiale: “E siamo qua, tutto a posto, tutto vecchio, che umidità stasera!”.
Non v’è più bellezza se non nell’aperitivo. Qualsiasi incontro che non preveda calici al vento e crostini farciti è una perdita di tempo. La bellezza deve essere concepita come un rutto a pancia piena, nello sguardo sudato di un uomo avvinazzato.
NOI siamo sul capo estremo d’occidente! Perché non dovremmo sconfinare nelle Egadi per cenare, se nel biglietto è compreso un buon bicchiere di vino locale? Da noi il tempo si ferma, lo spazio avanza. Noi viviamo nell’assoluto non sanato a due passi dal mare per due mesi dell’anno da sempre.

NOI vogliamo glorificare il sole e il mare – come fossero cosa nostra –; le riserve, perché a noi riservate; il sale, le saline e i salamelecchi; il campanilismo e il tirare a campare; il gesticolare di chi non ha niente da dire; la bella figura dei figli di madre e il disprezzo di chi dalle campagne scende.
NOI vogliamo distruggere i musei che conservano «quattro pietre vecchie», le biblioteche dov’è socialmente inutile leggere ma non sparlare, per costruire nuovi parcheggi e rilanciare il territorio.
NOI osserveremo le grandi folle ai piedi della bella Addolorata addormentata nel pozzo della Sibilla nell’antro della Cava. Canteremo “Osanna nell’alto dei cieli dipinti di blu”. Cantare e pregare, pregare e bere, bere e votare, votare e vomitare nel fervore sciroccato delle notti in canottiera; nei circoli consumare ingordi griffe su griffe; bere tra i vapori etilici di un fuoribordo al chiaro di luna tra i pontili stracolmi di barche stagnanti che scrutano i superstiti sventurati in vacanza; e i motori truccati e tuonanti nella natura selvaggia dell’edilizia litorale, accesso dopo eccesso: enormi trofei fortificati dalle alte muraglie cines…tetiche dietro cui s’alza il ghigno digestivo della strafottenza medio-borghese… E i formidabili aeroplani low cost, divinità celtiche da venerare come l’acqua nel deserto!
E’ da Marsala e per Marsala che NOI lanciamo questo manifesto del Niente travolgente col quale confermiamo oggi il PRESENTISMO, perché vogliamo consegnare per usucapione questa città, pulcherrima come una puella in un troiaio, alla dirigenza di una classe fiera… più che fiera: fieristica. E’ da tanto che ammiriamo questa giostra di illustri professionisti votati al Comune male, ora vogliamo salire sopra la più ardita delle luminescenti attrazioni e assieme svenire felici e dementi!

















Ssss…indaco a Kakanìa
(di A. Contiliano)

c’è un luogo… la vasca dei cervelli
postribolo al consumo, e l’imagin-
ation ora è al lavoro e il potere
è di Matrix. Senza le scorie del culo
e in bocca un’anestesia wireless
SS (reparti di difesa) autoerotico frei
arbeit anestesia per chicchessia
i cinesi fanno chicchirichìììììì

ed è subito overture, cucù a Kakanìa

cucù è dunque la tua governance
banda indifférance di sgherri/sgarri
come bidoni di spazzatura all’asta
per i marsa-lesi delle notti oscene
bianche lacrime e fantasmi fanti
che leccano il deserto del reale
e cucinando in umido fanno flic
tra cosche cricche e caste incaste
e nanoalitosi l’ano si floccano

Ssss…indaco gogò di Kakanìa
insolubile come il volubile

tanti vuoti abbandonati
piazze di pizze e tarallucci
sprazzi sprezzi fantasma-
goria di spinte e spuntini
una aperitivo e un apericena
senza la luna e già brille perle
menadi di mona demenza

non sono Amleto l’infinito
screzio piegato nella vendetta
ma zombi senza contratto, dio
quasi folli e par dieu bêtise
votati alla chiacchiera per debito
giurata jouisance per usanza
produci-e-consuma, prosumers

come te non amano il tatto
l’allegoria dei corpi in amore
i sogni che stridono d’attrito
il tratto che non tratta i nitriti
e così il saldo del debito è ebete
che per estate offri scemi scenari
e un futuro senza trenta denari


e nessuno par dieu bestemmia
il tradimento evaso dall’uliveto
nessun crimine le mille lingue
spuntate sputano imputamento

senza contratto e respingimenti
sei al soggiorno disobbligato
e di Orfeo negro in mare ascolti
il telegiornale governativo attivo
il curato diventato il caro curaro
(dio non lo sa, tu pas on dit)

è “drôle de guerre” (guerra buffa)
una buffonata per la verità
e tu dentro l’urna elettorale giaci
confortato dal senso alla spina
con la Città in afasia e avaria
svendite al dettaglio di avemarie

non pianti alberi per la rivoluzione
e il futuro apri solo ai parcheggi
rifugiati rifiuti attriti non rifiuti
maggioranze minoranze onoranze
ad oltranza tritolo per l’ineguaglianza
una disperanza download en demand
partout lifting rete di fosse in borsa
ronzi come una mosca sulla merda

extra-neo più che neo sei un neo
un nero per la cidade compradora
una mignatta nota tutta mignotta
un tête a tête e tante feste infette
come dire un calimero in zona corta
un preservativo senza cimiero

dopotutto all’altezza sei di torto
e nel letamaio un matto gaio
e se all’osa non si è fatto qualcosa
è perché non si è provato a farla
e perché nel letamaio privato
poco non sei sprecato devianza
così malacrianza cucù a Kakanìa

(N.B.il testo poetico "Ssss…indaco a Kakanìa", di A. Contiliano, durante le diverse soste del corteo del dissenso per i centri della Città, è stato letto insieme a Massimo Pastore


30 luglio 2010 alle "2-rocche" di Marsala

Letture poetiche-Foto di una serata a Capo Boeo




















giovedì 20 maggio 2010

Romanzo della letteratura siciliana


da sn (nella foto):I.Apolloni,S. Lanuzza, A. Contiliano e S. Pattavina

“Insulari” di Stefano Lanuzza alla Broadway di Palermo
di Antonino Contiliano



Presentazione di “Insulari. Romanzo della letteratura siciliana” (Stampa Alternativa) di Stefano Lanuzza alla libreria Broadway di Palermo (14 maggio 2010). È presente l’autore libro. Coordinamento di Ignazio Apolloni. Relatori Antonino Contiliano e Sergio Pattavina.

Insulari, come il Dante e gli altri, è il libro del critico e saggista Stefano Lanuzza che tratta di letteratura in termini non convenzionali. Nello specifico è la produzione letteraria di autori siciliani, e la sua particolarità è nel proporla come un “romanzo”.
“Romanzo della letteratura italiana” il primo (Dante e gli altri), “Romanzo della letteratura siciliana” il secondo (Insulari).
Una scelta predicativa piuttosto insolita, non convenzionale, quella del nostro critico di riferirsi alla letteratura come se fosse un romanzo. Si potrebbe dire, capovolgendo il rapporto tra genere e specie (come in una metonimia o in una sineddoche), che la specie con la sua differenza specifica – il romanzo – prende il posto del genere: la letteratura. Il sottoinsieme prende il posto dell’insieme generale, il quale, così, lascia la sua funzione inclusiva di contenitore delle parti.
È la letteratura come un oggetto dall’identità fissa – la letteratura “di un giorno che è sempre lo stesso” (parafrasando un pensiero di Gastone Bachelard) – che Lanuzza mette in discussione. L’identità della letteratura, come quella della filosofia, cioè doveva fare i conti e proporsi con/da altri punti di vista, se la storia dei saperi e della conoscenza dipende anche dalla temporalizzazione oltre che da un’ipotesi-funzione (Galvano della Volpe).
Così se ieri l’opera letteraria, per esempio, è stata un factum individuale all’interno dello sviluppo della coscienza nazionale unitaria (De Sanctis) o un’equivalenza intuizione-espressione (Croce), poi rispecchiamento (marxismo ortodosso) o monumento e documento (Michel Foucault) e lingua minore (Gilles Deleuze), différance (Jacques Derrida), etc., nulla impedisce di vedere e proporre la letteratura come la fenomenologia romanzata di un soggetto (metaforicamente assunto) che assume la connotazione duale del rapporto configurativo-dinamico tra contenuto e forma e della metodologia costruttiva messa all’opera. Gli oggetti di conoscenza, come nel campo del sapere scientifico non standard, sono (prima di tutto) il factum di esperimenti mentali che mettono in campo una “tecnologia” immaginativo-concettuale, sicuramente eterodossa, e un’astrazione che come tale in ogni modo deve relazionarsi al concreto della materialità quanto alla razionalità congetturale e dialettica del divenire storico.

Ogni epoca produce, in letteratura, e naturalmente non solo in questa, un peculiare linguaggio che, coi propri significanti, esprime una serie di significati essenziali. In tal senso, cambiano le forme espressive ma muta anche, sotto l’aspetto critico, l’interpretazione dei fatti. C’è una scrittura metaforica dove parole e cose, simboli e realtà, interagiscono animati da un’unica energia che li acco¬muna. C’è, ancora, un’espressione assertiva ovvero ‘ieratica’, in cui, soprattutto per la poesia, una parola pienamente significante, ‘profetica’, sostituisce un pensiero o un concetto. In tal caso, il linguaggio indica un ordine delle cose avente a che fare con una verità nominata non attraverso procedimenti di logica consequenziale ma per scorci e cortocircuiti. Abbiamo infine un linguaggio di tipo descrittivo che, escludendo l’immaginario, punta a ricalcare le parole sulle cose. Nella letteratura italiana del ‘900, con una quantità di opere che compendia quella degli altri secoli, sono contenuti tutti questi moduli; che danno luogo a una polivalenza di significati a volte interconnessi e, più spesso, distanti fra loro.

È come dire che il fine della letteratura non è di spiegare naturalisticamente il reale, ma di accrescerlo “scoprendo” il nuovo che il quotidiano e standard non permette. Come nel sapere scientifico e filosofico, anche nella letteratura, la “formalizzazione”, propria a ciascun campo conoscitivo, con la sua tipicità tecnico-metodologica, concettuale ed espressivo-comunicativa, mai stabilizzata definitivamente, stabilisce un rapporto relazionale-complementare sempre aggiornato, sì che c’è un reale che si realizza grazie a queste stesse procedure di indagine significativa.
Nei due libri di letteratura Dante e gli altri e Insulari è l’identità della letteratura come un oggetto estetico fisso e reale così che viene messo in discussione. Perché, come aveva già visto la semiologa J. Kristeva (Materia e senso), allorquando si discuteva intorno allo statuto della letteratura post-strutturalismo e post-rispecchiamento, la letterarietà è piuttosto una testualità (come ogni SINGOLA scrittura è un testo) generatrice di senso o pratica significante, in quanto “produzione e strutturazione di senso” che non solamente significante o linguaggio già dotato di un significato univoco e circolante nello scambio comunicativo e intersoggettivo.
Nella scrittura estetico-letteraria e poetica c’è un distanziamento dall’univocità e dall’omogeneizzazione semantica in quanto testualità che lavora la costante del rapporto forma contenuto con il divenire continuo e il conflitto (socio-politico quanto psico-culturale soggettivante) che attraversa la relazione e la correlazione storica.
Nessuna ipostatizzazione identitaria può dunque imprigionare e cristallizzare la predicazione semantica del termine letteratura, e non solo perché di secondo livello o “plurilinguismo” – ri-elaborazione e ri-organizzazione della lingua base. La lingua espressivo-estetica della letteratura e della poesia, se si pensa anche alle altre coordinate del contesto storico conflittuale e antagonista via via emergenti, è un continuo rivolgimento e produzione che fa interagire “tecnologia” e contenuti.
Una “lingua minore”, direbbe G. Deleuze. Minore non perché tale rispetto a lingua letteraria maggiore, ma perché ne incrina la standardizzazione con gli scarti e la sua aseità semantica complessa. È una lingua, quella letterario-poetico, infatti, in cui l’estetica è finalizzata ad un’informazione plurale e plurivoco-polifonica, polisemantica come una variazione o una differenza che si altera continuamente intanto per confliggere con il mercato mistificante di ogni uso univoco e omogeneizzato. E ciò senza far venire meno le istanze etico-politiche che possono qualificare, pur nello stile est-etico, la narrazione romanzata della scrittura letteraria (in genere) degli italiani e/o degli INSULARI.
Una letteratura come romanzo non dovrebbe sorprendere più di tanto, poi, dove altrove, in filosofia per esempio, si parla della Fenomenologia dello spirito di Hegel come di un romanzo o di una storia romanzata dello spirito.
Cos’è la storia della letteratura, allora, se non “propriamente, racconto della letterarietà, ovvero dell'autonomo valore estetico di taluni testi” (S. Lanuzza, Dante e gli altri); essa “è scelta di opere e del loro senso artistico; è, ancora, selezione di autori (dal latino auctor: dal verbo augere; che vuoi dire aumentare, aggiungere): il cui impegno è anche d’accrescere, coi loro libri, la realtà”. La realtà nella realtà della letteratura cui la forma non è di secondaria importanza rispetto al conte¬nuto, “ perché, se così fosse, qualunque scritto potrebbe chiamarsi letterario”. La forma ha invece bisogno di una sua autonomia (letteraria), sebbene non isolabile dai rapporti storici e sociali, che si manifesta con una sua fenomenologia qualificabile “come romanzo e serie di racconti”.
Non è affatto strano, allora, che Lanuzza ci presenti la letteratura come un romanzo o una narrazione dove il soggetto è la scrittura letteraria con i suoi scarti e la sua aseità semiotica contestualmente organica; un romanzo dove i vari capitoli e gli autori che li popolano, seppure nello schematismo concettuale che li connota, sono le varie realizzazioni particolari che animano la fenomenologia della scrittura di INSULARI. Esemplificando al massimo si possono prendere come funzionali a ciò i titoli dei vari capitoletti del libro (fra l’altro espressi con i colori idiolettici propri della lingua siciliana):

‘A vucca parra e 'a menti studia; ‘A vuci passa e 'a scrittura rresta; Chi si ‘nto ‘nfernu? Si rnartiddìa; Cantava accussì ‘u cirrincinciò; Mégghiu mmìdia ca pietà; Varda '’nterra e cunta ‘i stiddi; Cu òpira jùdica; Nun diri quantu sai, nun fari quantu poi; Vossiabbinidìca; Mégghiu acéddu di voscu c'acéddu di jàggia;Nun éssiri bannera ‘i campanàru; Nìuru ccu nìuru nun tingi; Quannu nesci ‘u suli nesci ppi tutti; Si babbu o babbìi?; Sùrfaru sugnu; Cca ssutta non ci chiòvi; Chi nnicch’ e nnacchi?; L’abbu ‘rriva e ‘a stima no; Cu nesci arrinésci; Unni tagghi sangu nesci; Unni cc'è meli cùrrunu ‘i muschi; Avìri un vrazzu longu e l’àutru curtu; Appréssu ‘u picca veni l’assai; Cu d’intra avi amàru non po’ sputàri duci; Munnu ha statu e munnu è; D’u fruttu si canùsci l'àrvulu; Pirchí? Pirchí dui nun fannu tri.

Sono i vari titoli di INSULARI che, come tanti personaggi (spettatori e partecipanti al tempo stesso) che Lanuzza fa parlare narrandone la fenomenologica “letterarietà” come un vero e proprio ideologema kristeviano che funziona quale unica sorgente della stessa scrittura estetica. video

mercoledì 21 aprile 2010

Stefano Lanuzza e Cèline, il “perturbante”

Stefano Lanuzza, MALEDETTO CÉLINE UN MANUALE DEL CAOS, Stampa Alternativa, Roma 2010.


Il saggio del critico Stefano Lanuzza sullo scrittore francese Luis Ferdinand Destouches, detto Céline, ha ravvivato l’interesse e anche le polemiche intorno a uno scrittore che, certamente, non ha evitato di prestare il fianco al dissenso e alle recriminazioni per le sue nette e in equivoche posizioni antisemite, e le altre indebite accuse di “collaborazionista” che gli si attribuiscono. Lo stile violento, fortemente dissacratorio e lontano dal consueto letterario, stigmatizzato dall’argot delle banlieuses (dove il Céline esercitava il suo mestiere di medico senza farsi pagare dai poveri e dagli emarginati, ebrei o non ebrei fossero i malati e i poveri), ma filtrato in versione letteraria innovativa (alterando la sintassi, la punteggiatura, accentuando i puntini di sospensione e l’esclamazione, come nota il critico Lanuzza), non ha certamente aiutato il dottore Destouches/Céline. Violento e delirante quanto di sicuro impatto ripugnante, ha invece avuto un effetto e un’efficacia che hanno spinto più alla rivolta che non all’accettazione di questo impenitente ed emarginato dissacratore quanto rancoroso e bilioso randagio, ma sincero e spassionato (disincantato) come pochi sia nel pensiero che nella scrittura. Le repulsioni sono dunque immediate o di ragionata argomentazione.

D'altronde il lettore può seguire il percorso tracciato da Lanuzza attraverso la segnaletica che lo stesso ha lasciato in ogni parte del suo libro e sintetizzato nell’indice come:
Céline. U’autobiografia…Quasi; Lessico céliniano- Céline come ‘Nouveau Philosophe’; Opere di Céline; Louis Ferdinand Céline – à la guerre comme à la guerre; Temi céliniani; Prime edizioni francesi delle opere di L.F. Céline; Selezione bibliografica.
Ma ciò che interessa a chi scrive non è solo la travagliata esistenza dello scrittore francese, il quale ne ha fatto carburante del suo scrivere letterario rivoluzionario (rispetto al canone della distanza emotivo-passionale e dell’equilibrio arte-bello-bene-Verità richiesto allo scrittore), ma il conflitto d’identità della cultura e della civiltà occidentale-europea che il pensiero, la vita e l’opera del maledetto Céline chiama in causa. Quell’identità – MOI MÊME – che si coagula attorno ai valori e all’ideologia dell’umanesimo e delle sue varie “epoche”, e non esente da contraddizioni e paradossi irrisolti – che toccano la vita e l’identità di ciascuno – non sempre affrontati con l’onestà di un’intelligenza disinteressata e di un’etica altrettanto all’altezza dell’oggettività e della nudità che la “cosa” richiede.
Cèline è morto e sepolto per unanime consenso, e conformista, di sciatta voce perbenista e serva urbi et orbi del padrone di ogni tempo e orientamento. Una brutta “razza”, questa, di ominidi che della “dialettica servo-padrone” hegelo-marxista hanno solo apprezzato il valore di scambio della schiavitù corporeo-mentale e socio-politica, onde godere i privilegi merceologici, di sicura garanzia ideologistica dominante, in odore di vita disgustosamente acquiescente ad ogni viltà.
Impiccate Céline, allora, è la sentenza del MOI MÊME della metafisica borghese occidentale e religioso-politica umanistoide, alias, memento, mala semenza nel luogo della “banalità del male” o nella noce che racchiude quel piccolo pensiero di grigia materia neurovegetativa senza “anima” e animus. Quella assenza di cuscinetti di grasso cioè che la ben nota Hannah Arendt ha denunciato come malo pensiero acritico e decostruito svelando l’uso strumentale dell’odio antisemita quale unica causa persecutoria per chi si era macchiato di antisemitismo e genocidio semitico.
Impiccate Cèline. Impicchiamolo ancora perché è la voce insopportabile della cattiva coscienza umanistica impotente e bugiarda, dice (a se stesso e agli altri alter ego benpensanti che si esercitano in recriminazioni moralistiche e di vario genere ed essenza) il MOI MÊME dogmatico, tagliatore di teste e portavoce incallito del perbenismo religioso e politico umanistoide di questa secolarizzazione post-modernista debole quanto omicida!
IO – il MOI MÊME – non sopporto, e quindi non voglio vedere, la mia ipocrita immagine fluttuante, riflessa e complementare, a somiglianza di Dio, sputarmi addosso il fetore insopportabile che mi anima, o che mi squaderna avanti lo squallore assassino di umanistica anima burattina e ideologista impenitente. Credente impenitente, fino agli omicidi di massa e godereccia ad libitum di altre orge deliranti (questa è storia politico-capitalistica che mi qualifica non indegnamente), non sopporto che si scoperchino le fosse per farmi incontrare i corpi di chi amorevolmente, assoluto indifferente divino, ho macellato in vita e per secula seculorum dannato all’innominabilità, come l’antisemita Céline. Quel Céline che poi era solo un comunista anarchico e ribelle a qualsiasi imbrigliamento che urtasse la sua paradossalità fino a impersonarsi come un antisemita non antisemita. Infatti nessuna prova di questo presunto reato abominevole può essere prodotta avanti a un tribunale (come si legge nel libro di Lanuzza), mentre di tanti perbenisti che gironzolano per Chiese e Stati ce ne sono a iosa, ma non hanno la dignità del capro espiatorio Céline.
il MOI MÊME di questi perbenisti (pennuti pennivendoli) non riconosce, per se stesso, nessun tribunale penale o giudizio. Assoluto cacciatore di teste pensanti uccide chiunque non gli garbi, finta o vera sia l’azione del perseguitato. Il Divino Marchese (De Sade), per ricordare una analogia con il perseguitato Céline, ai suoi inquisitori e carcerieri ha sempre detto che lui non avrebbe mai fatto nessuna cosa di quello che ha scritto nei suoi capolavori di letteratura eterodossa, eretica.
Ma i vari cacciatori di teste israeliani, e affiliati, imperterriti, non hanno smesso di perseguitare gli eretici, vivi o morti. Dal dopoguerra ad oggi hanno continuato farsescamente ad usare l’antisemitismo come jus ad bellum. E i loro processi norimberghiani, che prevedono la pena capitale, continuano a tenere attiva ancora la ghigliottina per i presunti colpevoli raggiunti dall’ingiuria in base alle ‘legge del sospetto’ e per mano dell’orda adibita alla caccia delle streghe.
Colpito a morte e di ostracismo (compresa la stessa memoria – e non solo dell’autore –, come si può vedere in atto seguendo i rigurgiti anatemici in giro sulla stampa o in rete) è chiunque, propriamente o impropriamente, osi riprendere la questio del paradossale sarcasmo letterario, così colorato ed esplosivo tipico dell’argot céliniano, o osi rinverdire le memorie dissacratorie e anarco-comuniste del pensiero di Céline. Céline non faceva mistero alcuno del suo disprezzo per il moralismo borghese e la sua doppiezza cattolica, e neanche per la stupidità macellaia delle dittature totalitarie del nazi-fascismo e della deviazione criminale di Stalin, come pure per le aggressività e le volgarità gratuite di chi lo derubava e lo picchiava per strada.
La sentenza penale punitiva non risparmia neanche i suoi testimoni più documentati e attenti criticamente, i quali nulla omettono della vita dello scrittore maledetto. Sono i soggetti (senza dimenticare anche la recente pubblicazione del saggio di Piero Sanavio, la “Virtù dell’odio”) che, come Stefano Lanuzza con il suo “MALEDETTO CÉLINE-Manuale del caos”, cioè contestualizzano l’autore preso in esame nel suo tempo storico-politico e lo vagliano con la dovuta distanza critica. Non tralasciano angolo e ripostiglio che possa far luce per rendere giustizia all’ontologia esistenziale e letteraria dell’autore preso in esame, Céline. Il maledetto Céline, a Dio spiacente e ai nemici suoi. il “perturbante”, direbbe il dottor Freud, che nessuno, però, dovrebbe riesumare, ricordare.
Ogni qualvolta il suo nome torna lucidamente a mostrare e ammonire bisogna allora tacitarlo, e con lui anche chi ne ricorda e ravviva il bisogno di verità!

lunedì 12 aprile 2010

Roberta Matera intervista Nino Contiliano


Marsala c’è intervista Nino Contiliano sulla sua ultima opera letteraria
a cura di Roberta Matera.





L’ultima intervista fatta al poeta marsalese Antonino Contiliano risale alla fine dell’estate 2009. Il nostro giornale, allora, lo aveva sentito su due particolari avvenimenti. Uno riguardava i risultati della sua attività di animatore delle serate estive poetiche “Ong non-estinti poetry” sullo scoglio marsalese – le note “2rocche” – di Capo Boeo. L’altro toccava la sua produzione culturale e poetica. In questo caso, nello specifico, la nostra intervista ruotava attorno al riconoscimento che la Città di Sassari, con il premio di poesia – “L’isola dei versi” (Sassari, Ottobre in poesia) –, gli aveva attribuito per la sua opera collettiva – ‘Elmotell blues (Navarra Editore, Marsala). Il poeta aveva, infatti, ricevuto il primo premio per la sezione delle opere edite. Ma da allora ad oggi, il poeta-filosofo – come lo presenta il critico Stefano Lanuzza nelle sue opere ( Erranze in Sicilia 2003; Insulari- Romanzo della letteratura siciliana 2009) – ha continuato il suo impegno e acquisito altri risultati. Ed è su questo che intendiamo rivolgergli qualche domanda. Anche perché il nostro giornale, pubblicandone gli scritti, via via ha avuto modo di seguirne il ventaglio tematico e le pubblicazioni (dibattiti, poesie, saggistica) tradizionali e on-line.

D. 1 – Ancora una volta, con il suo amico Avv. Fabio D’Anna, quest’anno, con scadenza mensile e presso il Merkaba di Marsala, si è impegnato a continuare (fino a giugno 2010) le serate poetiche “Ong non-estinti poetry”. Il vostro diario ha previsto incontri con i testi di Ferdinand Pessoa, Ossip Mandel’štam, Ezra Pound, Bertolt Brecht, Paul Celan e Ferdinand Céline. A marzo 2010, per i Quaderni di “Collettivo R / Atahualpa”, accompagnandosi a una nota introduttiva del prof. Sergio Pattavina (docente di letteratura presso l’Università di Palermo), esce la sua nuova opera poetica Ero (s)diade / La binaria dell’Asiento. Ci vuole dire se c’è un rapporto tra i due avvenimenti, e sintetizzarci qualcosa intorno al titolo del suo libro e del suo contenuto?

R. 1 - Non solo c’è un’ideale continuità significativa tra queste letture serali, dedicate a poeti del Novecento (anche contemporanei e viventi) e il mio ultimo libro, ma c’è una vera e propria consonanza politico-culturale. Una consonanza che, se da un lato, sul piano del linguaggio poetico, si esercita come un discorso di simbolizzazione allegorizzante e di senso “rivoluzionario” rispetto alla quotidianità e agli stereotipi circolanti, dall’altro Ero(s)diade / La binaria dell’Asiento, tra lirica, ironia e satira dissacrante, è un vero attacco all’ordine del potere delirante e nefasto dei nostri giorni siciliani, italiani, europei, planetari. Nefasto, questo potere capitalistico e liberistico, perché riporta indietro le lancette della storia, della democrazia e delle conquiste dei diritti umani della stessa “visione” liberale della società. Nefasto perché vuole un recinto di schiavi adusi alla velocità senza riflessione e profondità critica, senza pensiero. Non ama e non accetta infatti soggetti di pensiero e azione critici. La poesia delle nostre serate “Ong non-estinti poetry” e quella dei testi Ero(s)diade / La binaria dell’Asiento, invece, è per una storia di soggetti eguali e liberi. Soggetti capaci di azioni e pensiero – una riflessività larga e profonda (negata e impedita nella società del consumo e del mercato dei significati omologanti) –, e volti alla cooperazione dell’essere-insieme plurale. E in/con questa potenza cooperativa orizzontale, soggetti sociali intesi a pensieri e azioni coerentemente critico-conflittuali. Non ci attira lo zuccherino o la trappola per topi della raccolta attorno alle emozioni facili e svianti delle società del consumo e delle “privatizzazioni”. Il “contenuto”, se così si può dire di Ero(s)diade / La binaria dell’Asiento, è esattamente il contrario rivoluzionario del terrorismo e razzismo di stato dei padroni del potere. Il potere che colpisce e smembra i beni comuni, l’amore, i legami sociali quanto il patrimonio dei beni culturali e quello paesaggistico locale e non locale. Il potere che si arroga il diritto di decidere e della vita e della morte di ognuno e di ogni cosa. Il potere che dallo sfruttamento del lavoro e della natura è passato alla disciplina e al controllo della biopolitica e del biopotere, e contro cui Michel Foucault e Gilles Deleuze hanno previsto un intellettuale né più chierico di partito, né maestro di coscienze, ma un soggetto come un altro che lotta direttamente e per una società senza gerarchie sociali. Il mio libro di testi poetici Ero(s)diade / La binaria dell’Asiento si muove in questo orizzonte di pensiero e di azione, e in certi testi parla anche di quanto (beni comuni paesaggistici e non), anche nella nostra Città/territorio, non sfugga al nefasto del marketing e del profitto liberticidi.

D. 2 – Abbiamo letto più volte della sua attività saggistica e di un’altra pubblicazione più complessa che intreccia la teoria letteraria e l’impegno – engagement – poetico con le ricerche scientifico-filosofiche e financo con la stessa critica dell’economia politica marxista. Ci può dire quali relazioni possono rapportare saperi che, a prima vista, sembrano essere distanti l’uno dall’altro?

R. 2 – La ricerca saggistica ha accompagnato, fin dalle prime pubblicazioni, la mia scrittura poetica e il tipo di sperimentazione linguistica che la connota. Dai tempi della rivista “Impegno 70” prima, poi “Impegno 80”, a “Spiragli”, a “Fermenti” (Roma), a “Salvo imprevisti” e “Collettivo R / Atahualpa” (Firenze) e alle nuove riviste elettroniche (come www.retididedalus.it, www.vicoacitillo.it, www.retroguardia.it, www.overleft.it, www.stilos.it...) di oggi, la pubblicazione saggistica è abbastanza presente. Ho già pubblicato (ne ricordo solo alcuni): Poesia e follia: corpo e ombra (Salvo Imprevisti, 1988/1989), Filosofie della poesia: L’“effetto farfalla” ( Molloy, Firenze 1991); Sulle rovine e le tracce di un sogno ininterrotto (Spiragli, Marsala 1997); Antigruppo siciliano - frammenti di storia, avanguardia e impegno (www.vicoacitillo.it, Napoli, 2003); Preveggenze nel sapere po(i)etico di Dante- Dalle sfere di Dante all’ipersfera di Riemann (Fermenti, Roma 2009); Il soggetto poetico nell’economia cognitiva (Fermenti, Roma 2009), Simmetrie rotte. La curva di Koch. Il soggetto collettivo / Poesia e avanguardia impegnata (www.vicoacitillo.it / Napoli, 2010); Fare poesia in Sicilia (www.bollettario.blogspot.com / «Bollettario», XXI, n. 61, gennaio 2010). Per quanto riguarda il rapporto tra il sapere della poesia e quello delle scienze (in generale), utilizzando lo strumento dell’analogia, potrei dire, in breve, che condividono una comune capacità di astrazione immaginativa, comuni strumenti retorici di indagine (come le metafore, il principio di somiglianza, contraddizione…), e la capacità costruttiva di mondi e modelli alternativi. Universi del discorso plurisignificativi che arricchiscono la conoscenza quanto la capacità pratica dei soggetti in un contesto storico determinato. Un altro saggio – “Per una critica dell’economia poetica dell’io” –, confluito poi nel più ampio lavoro Simmetrie rotte. La curva di Koch. Il soggetto collettivo / Poesia e avanguardia impegnata, utilizzando un ulteriore percorso ana-logico, tenta di decostruire quanto di sostanzializzato e ossificato rimane ancora nell’universo (linguaggio e sapere) del discorso della poesia. Qui, infatti, come nell’economia politica capitalistica, la coscienza individuale atomizzata (l’Io) si comporta come l’io capitalistico rispetto all’attività produttiva e ai suoi “costrutti”. Entrambi proprietari esclusivi del prodotto immesso nel mercato comunicativo. Per uno, l’artefatto (merce) è unicamente di sua proprietà, e il suo valore è tale solo in quanto valore di scambio finalizzato al profitto individualisticamente godibile ad usum delphini. Per l’altro, l’artefatto (poesia) è tale solo se interiorità (magari angosciata e abbandonata…) liricizzante e di sola proprietà dell’Io. Un lirismo tutt’al più esposto sui banchi del mercato “ingenuo e sentimentale” (Friedrich Schiller) ma ad uso e consumo della sola soggettività privata. E quest’ultima sempre più spesso ridotta all’ineffabilità o, peggio ancora, rinchiusa nell’emozionalità becera e sedativa (disciplina e controlla) della spettacolarizzazione estetizzante odierna.

D. 3 – Per finire un’altra domanda. Leggendo i vari interventi da lei fatti in diverse occasioni e ascoltando le cose che ci dice in questa pur breve e sintetica chiacchierata, ci sembra che nel suo discorso corra un implicito punto di vista che fa parlare insieme economia, politica, beni comuni e poesia. E, per non rimanere troppo nel vago, ci riferiamo ai suoi interventi contro la privatizzazione dell’acqua, al suo incontro (UNESCO, Erice 2009) con il filosofo della scienza Ervin László o ai titoli di alcuni suoi saggi (qui citati) come soggetto poetico, soggetto collettivo, economia cognitiva, avanguardia impegnata, etc.

R. 3 -Brevemente (ci vorrebbe più tempo e spazio…per simili argomenti). Come l’acqua, la terra, l’aria…sono beni comuni di/per tutti gli uomini, dunque non privati né privatizzabili, così beni comuni sono il sapere, la conoscenza, la lingua, la cultura, la poesia e l’arte. Personalmente, con argomenti e testi di poesia, scelgo di “combattere” per la difesa dei beni comuni e un’economia politica e culturale collettiva. Un modo d’Esser-ci, quest’ultimo, sottratto alla legge del valore del mercato, della rapina e dell’uso del mondo come profitto del mercato dei privati, delle multinazionali, delle banche e delle borse finanziarie. Con il filosofo della scienza Ervin László ci siamo trovati perfettamente in linea su questo punto: è necessario per il bene di tutti e ciascuno che il mondo scelga un altro paradigma o modello/stile di vita rispetto a quello della privatizzazione e della scienza subordinata al mercato del profitto e all’individualismo. Sì che è necessario e urgente ripristinare il valore del bene collettivo e del soggetto collettivo oltre gli schemi della verticalizzazione e della gerarchizzazione del passato. Non si può più permettere di mortificare il senso prioritario del “noi” e della prassi sociale plurale direttamente democratica. Al di fuori non c’è vita per nessuna individualità separata, soprattutto se ammalata della “libido dominandi” (S. Agostino). Il soggetto collettivo della poesia e la poesia stessa, decidendo di lasciare le stanze dell’intimità lirica isolazionistica per “mescolarsi” con l’esterno e la sua materialità storica, così almeno crediamo, è sicuramente un stimolo non indifferente in questa direzione. In tempi in cui i linguaggi e la comunicazione sono diventati forza produttiva industrializzata di nuova generazione (industria post-fordista), il suo linguaggio infatti si sottrae alla mercantilizzazione e all’omologazione, e anche perché il soggetto, che nel tempo ne ha costruito la casa, è un soggetto collettivo concretizzatosi nel patrimonio comune della poietica che gli ha dato vita e consistenza.
L’opera pittorica di copertina, che potenzia la semantica poetica di Ero(s)diade, è del pittore Giacomo Cuttone, e porta il titolo “L’isola non è arrivo 2”.

venerdì 2 aprile 2010

La binaria dell'asiento

Ero(s)diade/La binaria dell'asiento


Per i Quaderni di “Collettivo R / Atahualpa” (Firenze 2010), esce la nuova opera poetica di Antonino Contiliano, Ero(s)diade / La binaria dell’Asiento. L'introduzione è stata curata da Sergio Pattavina (Università di Palermo).



Dall'introduzione di Sergio Pattavina:

[...]

Fra la soggettività del poeta [...] con i suoi principi astratti di libertà, eguaglianza, solidarietà, pace, si istituisce un acrimonioso disaccordo con la realtà empirica fatta di sfruttamento, di guerre imperialiste, di vecchi e nuovi fascismi, di razzismo, che dà luogo all’invettiva, all’ironia, agli stratagemmi più “in-sensati” per disarticolare il discorso, stravolgendone alchemicamente il linguaggio, dei texta (letterari, giornalistici, televisivi) del potere, appannaggio delle classi dominanti.
Non possiamo non rilevare, en passant, una certa cromosomica affinità con la “satura” latina, tra Marziale e Giovenale, cioè con quel genere di transizione che si sviluppò nella Roma imperiale, nel processo di dissoluzione dell’arte classica e della società schiavista, la cui essenza consiste, secondo Hegel, nel fatto che “un animo virtuoso a cui rimanga negata la realizzazione della sua coscienza in un mondo di vizio e stoltezza, si volge con appassionata indignazione o sottile arguzia e gelida amarezza contro l’esistenza che gli sta dinanzi, ridicolizzando o adirandosi contro il mondo che direttamente contraddice alle sue idee di virtù e verità” (Estetica).
L’esito di questo atteggiamento, l’approdo tematico e retorico, non può essere certo la fuga, né esistenziale né tanto meno linguistica, dal presente (“una premessa senza promessa, un’insonnia/ raggrumata dove il desiderio naviga l’àncora/ la poesia entro lo stupore dello sguardo/ un nesso che cerca l’amplesso, e l’ora/ il tempo predatore è ‘ancora una volta’”, in Esodo), in quanto la soggettività è concatenata all’essere, ma la poiesis si piega e si arrovella nella ricerca di immagini che possano far apparire la distanza critica, ideologica ed esperienziale dall’esser-ci; e da qui alcune tematiche evocate nei titoli e nei versi da Contiliano: l’esilio, l’esodo, il viaggio, il naufragio, il mare, lo scoglio, la riva, linea di confine e di transizione fra noi e l’altro da noi, ed infine, riprendendo l’interpretazione di Ero(s)diade cui ho accennato all’inizio, l’eros, affermazione della nostra identità attraverso l’altro, linea di confine ed unità con la parte mancante di noi, che il potere non può tenere del tutto sotto controllo.

giovedì 4 marzo 2010

Godot non è arrivato! Allora importa chi parla chi!

Ong non-estinti poetry al Merkaba
(diario marzo-giugno 2010)
Godot non è arrivato!

Dopo il successo delle serate di letture poetiche al Caffè letterario (Merkaba) di Marsala, e soprattutto dell’omaggio al poeta Ferdinando Pessoa (20 febbraio 2010), l’Ong non-estinti poetry, coordinata dall’Avv. Fabio D’Anna (autore del Marsalese) e dal poeta Antonino Contiliano, presenta il suo programma poetico-letterario fino a giugno 2010. La scadenza degli incontri è sempre dell’ordine di una al mese (salve variazioni tempestivamente comunicate), e dalle ore 22 alle 23. Diario degli incontri: domenica 21 marzo, venerdì 30 aprile, venerdì 28 maggio e venerdì 25 giugno 2010.
L’Ong non-estinti poetry di Marsala si augura, come attestato dalla foto qui riprodotta, che ci sia una maggiore affluenza di partecipanti e lettori diretti.



La poesia “informa” e “forma”. J. Bruner scrisse che la poesia è “un mondo al congiuntivo”. Oltre ad essere godimento estetico e di pensiero, il piano del suo piacere est-etico, veicolato dall’ordine simbolico-discorsivo “tipico” del suo linguaggio, dialogando con le letture del mondo, è interpretazione e proposizione di mondi alternativi o paralleli.
La novità del 21 (domenica) marzo, rispetto al tradizionale ultimo venerdì di ogni mese, è giustificata dal fatto che l’UNESCO ha dichiarato il 21 marzo (coincidente con l’ingresso astronomico della primavera) giornata mondiale di “festa” dedicata alla poesia.
Il tema, che raccoglie in accordo di ricerca documentaria – i testi dei poeti anche come documenti di un’epoca, delle sue “visioni”, dei suoi conflitti, delle lacerazioni, delle esecrazioni e dissacrazioni… –, “Godot non è arrivato! Allora importa chi parla chi!”. E gli autori al centro delle serate sono Ossip Mandel’štam, Ezra Pound, Bertolt Brecht, Paul Celan e Ferdinand Céline.
Se “Godot” non ha liberato il mondo, anzi l’ha sottoposto a sofferenze estreme e all’autodistruzione, lo vedremo insieme a questi poeti/letterati e tramite il loro lascito creativo. Del resto la violenza di cui sono stati testimoni, e a volte anche “complici” più o meno consapevoli, oggi è ancora di turno. E guarda caso sono gli stessi protagonisti “faber” civilizzatori, il prosieguo di quello stesso umanismo, democraticismo e liberalismo che arma le loro mani e le loro politiche di sfruttamento e sterminio programmato di uomini, biodiversità e ambiente. Le immagini non mancano, e certamente non mentono. E se questo serve a rinfrescare la nostra memoria, con Ottavio Paz, possiamo ripetere che la poesia “è la Memoria fatta immagine e l’immagine convertita in voce”. Allora non c’è migliore occasione che partecipare all’incontro delle voci, che ognuno può far sentire, potenziando le presenze dei marsa-lesi presso le serate poetiche al Merkaba organizzate dall’ Ong non-estinti poetry.

lunedì 1 marzo 2010

Il connubio delle arti: “Corpo a corpo. Turi Sottile e i poeti”

Galleria Studio 71 (Palermo, 20 febbraio 2010)



di Antonino Contiliano

Turi Sottile usa i suoi colori come lame affilate di coltelli o fasci di luce laser per aprire, lacerare e accoltellare il vuoto stracolmo del vaso di Pandora. Lo seziona e lo aggredisce per “realizzare” l’invisibile pieno e vibrante della materia sulla tela o altro supporto a superficie e geometria piegate. Ne muta il brusio, ne ascolta il fuoco atomico crepitante centrale che lo fa divenire e lo distende con pugni sparati e distese forme amorfe esplose. Stessa cosa fa il poeta: svuota il vuoto della pagina bianca allorquando de-cide lo spazio, e taglia la forma con il suo ordine simbolico e sintattico straniato.
Se poi, come è avvenuto in “Corpo a corpo. Turi Sottile e i poeti”, si incontrano poesia e pittura per reciprocamente dirsi quanto sfugge alla cattura di un linguaggio rispetto ad un altro, allora la ricerca e gli esiti artistici e poetici del connubio sono più interessanti e produttivi di polisemia non comune, come quando due corpi sociali eterogenei si incrociano e generano una nuova vita ibrida che comincia battere con ritmi propri.
Una singolarità sociale che, pur parlando ognuno con voce propria, produce plusvalore e saggio di profitto semantico, di natura artistico-poetico, in termini di crescita esponenziale e in ragione dell’aumento del capitale “costante” complessivo e delle “variabili”. Una tendenza di produttività significante e di senso polisemico sovrabbondante, che capovolge le equazioni della caduta tendenziale del saggio di profitto dell’IO (Capitale), il proprietario individualista dell’economia capitalistica: diminuendo la componente variabile e, invece, aumentando la composizione organica del capitale costante, il saggio di profitto diminuisce in ragione della diminuzione della forza-lavoro viva.

video

È il caso dell’opera collettiva “Corpo a corpo. Turi Sottile e i poeti”. E per questo che, in “Corpo a corpo. Turi Sottile e i poeti”, gli alieni della parola si sono incontrati al crocevia con la testualità dei testi pittorici di Turi. I testi della pittura e quelli della poesia, come in un passaggio di trans-izione e di tra-duzione reciproco, infatti si sono mutuamente riflessi in un attrito simultaneamente gravitazionale e di espansione che ha generato altri universi. Sono gli elementi del pittore – linee, punti, colori, pieghe, s-fusioni e pennellate, rullate e incroci di vibrazioni elettronico-luminose e fasci di fotoni-fonologici da matter dark – che si sono incontrati con l’alter-ego-alter degli elementi turbolenti dei poeti, i quali, presi dall’“amour fou” di bretoniano surrealismo, si sono sperimentati in un viaggio “amoroso” di anabasi poetica unico.
Un amore meticciato e ribelle alle convenzioni di genere e differenza specifica. Un nexus e un eros che si abbraccia con gli elementi del poeta – la voce simbolizzata di ventidue poeti tra i più significati della nostra contemporaneità. La voce che si è fatta lettera o gramma, sintagma, inserti e frammenti linguistici come voli che attraversano le tele del pittore Sottile, il “gran mare dell’essere” di Turi, come ebbe a dire il critico d’arte e poeta Aldo Gerbino la sera dell’inaugurazione della mostra a Palermo (20 febbraio 2010), nella Galleria Studio 71. Interveniva pure Vinny Scorsone, una giovane critica d’arte. La Sig.ra Scorsone ha scritto e detto come l’opera del pittore siciliano (il “terrore/terronio/terrognio” Sottile, il siculo errante, come ci siamo reciprocamente qualificati all’atto della conoscenza con Turi) catturi “l’attenzione del distratto visitatore costringendolo a soffermarsi su una frase, anche solo su una parola”.
Una “contaminazione dei linguaggi”, come ha scritto e ideato, in una con Turi, la poetessa Maria Teresa Ciammaruconi, la grande assente di quella serata. Era trattenuta a Roma da impegni non derogabili. Un’assenza, senza la quale, però “Corpo a corpo. Turi Sottile e i poeti” non sarebbe venuta a Palermo e non avrebbe visto neanche il primo mattino della sua nascita. E noi non avremmo avuto il piacere di assaporare la danza del syn-bállein – il gettarsi insieme – della poesia e della pittura nello sguardo del pittore e dei poeti nella corrispondenza d’amorosi sensi e di intelletto che li vede insieme mentre curvano il vuoto sfidante con i colori e le parole della formazione simbolico-semiotica.